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Al tuo posto

E pensare che all'appello ci sei tu prima di me, e pensare che oggi non rispondi più
che vuol dire? Che c'è un buco, alla lettera D?
Che vuol dire che potrei essere io.
Oggi sei assente, dopodomani anche.
Hai il certificato medico? Ma è falso. Chi è la bestia che l'ha fatto?
Non puoi mancare da scuola, noi non possiamo,
non riusciamo
a cancellarti dal registro.
Devi prendere il diploma, devi fare il portiere, devi sposarti e avere un figlio.
E poi vederlo crescere, cristo, non puoi restare
tutta la vita nel condominio dei morti.
Terzo piano, scala uno, vista cimitero.
È troppo stretto per te, è troppo stretto, a 29 anni.

Tra le cose che non tornano, oggi ci sei anche tu.
Che non rispondi più, neanche al mio appello.
Ti chiamo per cognome, che ora D'Angelo davvero sei,
non mi ricordi, è passato troppo tempo.
Adesso?
Adesso avanti il prossimo.
A chi tocca?
In ordine alfabetico, ci sono io.
Io mi giustifico,
anzi mi segni proprio assente,
io sono insufficiente,
non sono pronta
a spiegar quello che è successo.
E pensare che a me importava solo
sapere che eri lì, seduto al tuo posto.

Paolo Giordano vs. Michel Houellebecq

Attenzione: di seguito vengono svelate, in parte o del tutto, le trame delle opere.


Se avete trovato difficile da ingoiare "La solitudine dei numeri primi", non provateci nemmeno a buttar giù "Le particelle elementari". Per Giordano la vita è un boccone amaro? Per Houellebecq per di più è velenoso.

E se avete notato già dal titolo un'affinità tra i due libri, non sfibratevi con la dietrologia. Ve lo dico io, la parentela è stretta.
Per dirla con la fisica, gli atomi sono isotopi.
Per dirla con la matematica, i due insiemi sono intersecanti. Molto intersecanti.

Giordano non risponde alle accuse di plagio, che eppure circolano copiose nella rete. Dichiara solo di aver interrotto la lettura de "Le particelle elementari", uscito in Italia otto anni prima del suo romanzo, per evitare di esserne troppo influenzato mentre scriveva. Io temo l'abbia interrotta un po' troppo tardi.
Non voglio entrare nella sfera delle intenzioni del giovane autore. Quelle le sanno solo lui e il Padreterno. Io mi limito a constatare che ho letto Giordano; mesi dopo ho letto Houellebecq, che era parcheggiato sul mio comodino da quasi un anno; e ci sono rimasta di mxxda. Mi è sembrato subito tanto simile ai "numeri primi". Non uguale, per carità. Houellebecq è un numero più grosso. Più primo, io direi.
È più dotto, più nozionistico dell'italiano, ma anche più universale, più complesso. Il libro di Houellebecq è un librone, con un finale che, quello sì, ho molto gradito. A tre righe dalle parole "The End" Houellebecq ti dice che quella storia straziante che ti ha raccontato fin adesso non era altro che il nucleo di una matrioska più grande. Ti spiazza, ammantando tutto della luce di un immenso gioco cerebrale tra te e il narratore. Quelle cosine che a me piacciono, insomma.
Ecco, volendo giocare a "Trova le differenze" tra i due libri, la più macroscopica è questa: Giordano resta monocorde fino all'ultimo carattere tipografico.
In parole povere, fino a un certo punto i due libri si assomigliano. Ma la fine di Giordano è diversa da quella di Houellebecq. Forse semplicemente perché Giordano non è arrivato a leggerla la fine di Houellebecq. Già, lui si è interrotto prima.
Uno che ha velleità di creativo e/o di scrittore prima o poi o molto spesso si trova di fronte ad un muro con sopra scritto: tanto, tutto è già stato detto.
Confrontarsi con i precedenti è doveroso. E doloroso, perché ti può capitare di trovarti tra le mani qualcosa che ti suscita una quantità di ammirazione tale, da essere pari alla tua stizza. Perché, perché è arrivato prima lui? Non ti dai pace.

C'è questo romanzo per esempio. L'ho preso dalla libreria di mia sorella. Ho scorso le prime pagine. Una prosa scorrevole andante, con in corpo una birretta o poco più.

Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d'albergo, (...). Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell'albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce a andandomene a letto.



Un personaggio fuori, in bilico tra genio e follia. Un Holden con appena qualche anno in più. Chiudo il libro, prendo tra le due mani la copertina. "Chiedi alla polvere" di John Fante. Scritto nel 1939.
Ti odio John Fante, perché hai inventato Arturo Bandini. Ti odio e ti amo. Ma soprattutto la seconda.

Aspettando Godot, Teatro Out Off, Milano.
15 febbraio 2009.

L’aspettavo da 3 anni, Godot.
Poi mi ha dato un pugno nello stomaco. Ma non si è presentato.
Si è fatto aspettare ancora.















Siamo tutti come Vladimiro ed Estragone. Coltiviamo una speranza su un terreno sterile. Aspettiamo, aspettiamo qualcosa che nemmeno sappiamo cosa sia.
Viviamo proiettati sul domani, che domani sarà oggi. E sarà uguale.
Perché ogni sera moriamo e ogni mattina risorgiamo, ma sempre cenere siamo, e torneremo. Come diceva qualcuno.
Per Beckett non c’è gioia, nemmeno nell’attesa. Nemmeno nell’ingannare il tempo. Perché è già il tempo ad ingannare noi.
Nello stare insieme no, non c’è felicità, perché in fondo lo sappiamo: sarebbe meglio separarsi.
Non c’è soddisfazione manco a respirare. Sarebbe meglio suicidarsi, eppure continuiamo a vivere. E a vivere insieme. Aspettando, aspettando, aspettando Godot. O chi per lui.
Questo dramma – ma perché poi teatro dell’assurdo? Cosa c’è di assurdo nel raccontare la verità? – non parla di Dio/God/Godot. Parla dell’Attesa.
Della vita, che è una sala d’attesa. Dove potremo incontrare carnefici ciechi (Pozzo) e vittime mute (Lucky), comparse e ambasciatori. Ma dove, sostanzialmente, non accadrà mai niente. Di niente. Di niente.
Ecco, adesso il pugno nello stomaco l’ho restituito, almeno in parte.
Perché forse solo quello rimane. Fare come Beckett, raccontare la verità. Svegliare gli animi sopiti. Spogliare gli occhi dal velo di Maya. Soffiare via la fuffa in cui ci siamo raggomitolati. Per non sentire il freddo, il dolore, la fame, la sete. E l’inutilità del tutto.

Non lo so, però, se è proprio così.
Comunque fa male accettarlo. Mi fa male credere che la mia vita sia solo un ammasso di giorni ripetuti.
Che cxxxo dovrei fare allora? E a che servirebbe?
Non è un po’ un incitamento all’immobilismo, quello di Beckett? Sì, certo, sicuro, che domande.
L’unico spiraglio che vedo è dato da Beckett stesso. Almeno lui, assurgendosi un po’ a Godot, o quantomeno a giudice e osservatore neutro, un minimo si salva. Ai miei occhi. Potrei credere nella “superiorità dell’artista”, nel suo ruolo moralizzatore. Potrei buttarmi sulla scrittura (come su qualsiasi altra cosa) distribuendo pugni nello stomaco e spargendo la voce che siamo tutti fritti. Che siamo solo cenere. Solo barboni pezzenti.
Mmm, ci devo pensare.
O forse non ci devo pensare?
No no, ci devo pensare.
Ma che ci penso a fare? Io non ci posso credere a uno che mi dice che la verità è quella e solo quella. Non ho creduto alla chiesa, perché dovrei credere a un drammaturgo? Che per giunta vuole convincermi che siamo tutti condannati all’ergastolo. Che poi è la vita.
Che siamo arabe fenici.
Credo di più a chi mi racconta le diverse verità, chi mi insegna a relativizzare.
Forse perché non lo accetto il messaggio di Beckett, o perché ne trovo altrettanto interessanti molti altri.
Forse perché odio aspettare. Preferisco andarmene.

Magari Beckett è meno assolutista di come l’ho dipinto io.
Sicuramente è un grande, e non servo io a dirlo.
Ha fatto un’operazione di sintesi estrema in quest’opera, ha denudato la condizione umana di tutti i fronzoli e l’ha messa in scena con una metafora – e una coppia – che a mio modesto avviso è meglio del duo Adamo&Eva.

Soprattutto se incarnati da Mario Sala e Gigio Alberti, al Teatro Out Off di Milano. Molto bravi, mi hanno fatto piangere a due ore di distanza. In mezzo all’atrio della Stazione Centrale. Ma forse era per il pensiero che l’indomani era lunedì.
E dunque, alla fine della fiera, i giorni non sono tutti uguali!
Sto facendo confusione, ho detto tutto e il contrario di tutto.
Cioè ottut.
Che è sempre meglio di ottuso.

Concludo. Non so, quindi, caro zio Sam. Non so come la metabolizzerò questa mxxxa che mi hai fatto mangiare. Però, che dirti? Mi è piaciuta molto. Una pietra miliare non solo nella letteratura e nel teatro, ma anche nella vita di chiunque si trovi ad aspettare Godot, per una sera o un pomeriggio, o tre anni. O una vita.

P.S.: Caro zio Sam, un’ultima cosa: non sono a conoscenza di quali siano state le tue abitudini ma, in definitiva, viste le tue visioni esistenziali, mi auguro che almeno tu ti drogassi.

Baci, Dena

Siamo numeri o caporali?

Sottotitolo. Attenzione: di seguito viene rivelata, del tutto o in parte, la trama dell'opera.

Non mi capita spesso di leggere uno scrittore più triste di me.
E quando ho letto “La solitudine dei numeri primi” ho pensato proprio questo. Caspita, nemmeno io avrei saputo scrivere un libro così addolorato.
Ci voleva proprio un fisico bestiale.
Nel senso che ci voleva proprio un credo scientifico e materialistico feroce per vederla come Paolo Giordano, questo ragazzo dell’82 laureato in fisica teorica e impiegato all’Università con una borsa di dottorato, che quest’anno se n’è uscito con le suddette 312 pagine intrise di fatalismo cosmico.

I protagonisti Mattia e Alice sono due ai quali la vita ha falciato le gambe in partenza, in un caso in senso metaforico, nell’altro in senso letterale.
Una disgrazia, in parte imputabile a loro incuria, ha segnato il loro futuro al punto da tradursi in ferite, ma ferite vere, tagli che sanguinano, piaghe che dolgono.
Stimmate che per una vita intera ciascuno di loro (ciascuno di noi?) si porterà appresso. Senza via di scampo.
È la fisica, baby. Causa chiama conseguenza.
Mattia da piccolo ha causato la scomparsa della gemellina. Quindi: diventa autolesionista e asociale, si attacca morbosamente alla matematica e dopo 30 anni ancora non bada ad altro che ai numeri.
Alice a 7 anni ha avuto un incidente di sci ed ha una gamba offesa. Quindi: diventa anoressica e concentrata su se stessa. Quindi non vuole un figlio, quindi rifiuta il sesso, quindi non riuscirà mai ad avere una relazione stabile. O a trovare la sua anima gemella.
Perché? Perché non c’è, perché loro due sono numeri primi, condannati a riconoscersi come speciali ma destinati a non incontrarsi mai.

Vale per tutti? Questo non lo so, dal libro non l’ho capito. Se i due protagonisti stiano a simbolo di tutta l’umanità o se siano da considerare mosche rare.
Probabilmente sì, sono davvero solo due eroi tragici. E noialtri, che siamo numeri normali, non dovremmo poi passarcela così male. Spero.
Qualunque sia l’interpretazione, l’universo dipinto da Giordano pare perfino a me, che un po’ leopardiana lo sarò sempre, troppo funesto, troppo irreversibile, troppo tragedia greca.
Possibile che Mattia e Alice, possibile che ognuno di noi non possa fare niente per cancellare queste benedette stimmate e andare avanti? Oppure tornare indietro e ricominciare, tracciare un’altra strada, costruirsi un destino diverso, meno imposto, meno consequenziale?
Io non sono riuscita a rassegnarmi. Quando sono arrivata a pagina 312, non potevo credere che non ci fosse stato almeno un guizzo, un solco abbozzato, un misero tentativo, purché convinto, di invertire il fato. Così, tanto per campà. Invece niente.
Siamo solo dei numeri, a quanto pare.
E a questo punto meglio nascere numeri normali. Meglio nascere, che so, come l’8.
Che perlomeno, diciamolo chiaro, c’ha le palle.

P.S.: Il libro, in ogni modo, mi è piaciuto. Bravo Paolo.

Is this "The End"?

Quando uno scrittore appone la parola “fine” all’ultima pagina del suo libro, si sente come il padre che fa ciao per sempre al figlio che se ne va di casa.
Svuotato, e un po’ orfano.
Avrò finito la mia opera? Avrò dato il varo a un qualcosa di completo, oppure ho lasciato qualcosa di incompiuto? Per troppa sollecitudine l’ho sorretto per il tallone e l’ho reso, per un verso, non immune alle critiche? Così piccolo, perché nel suo pensiero è ancora piccolo, sarà in grado di affrontare il mondo da solo?
Ma oltre alla preoccupazione, quello che prova è un filo di rammarico:
dunque, non ha più bisogno di me? Dopo tutto quello che ho fatto per lui, adesso io per lui non sono più nessuno, se non una firma su un certificato? Figlio degenere.
Dove andrà, cosa farà, chi si prenderà cura di lui?
Lo capiranno o lo fraintenderanno?
E quel suo difetto o due, lo noteranno? O, magari, lo ameranno anche per questo?

Ai posteri l’ardua sentenza, diceva un tale.
Ai presenti, la dolce compiacenza, di veder camminare la propria creatura con le proprie gambe.
E il sollievo, di non doverla mantenere più.

PS: Ho finito il terzo libro per l'infanzia. Uscita prevista: settembre 2008. Aggiornamenti: a presto.
Yuppi.

Scusa ma ti chiamo allucinazione.

Di fronte ad uno scrittore di grande successo popolare ed enorme esposizione mediatica, la prima cosa che penso è “venduto”, la seconda “rxttx in culo”, la terza “chissà, magari scrive bene”.
In virtù di quest'ultima curiosità e probabilmente anche della voglia di carpire il segreto delle sue vendite, ho sempre detto fra me e me: “Forse prima o poi Moccia me lo leggo. Non dico che me lo compro, ma me lo faccio imprestare”. Così come ai tempi dicevo: “Ma sì, ci vado a vedere Vasco. Quando mi regalano il biglietto del concerto.”
Poi un mesetto fa ho intercettato in mezzo ad una pila scomposta di libri dell'edicola di un aeroporto “La passeggiata”, un libello scritto da Moccia per Moccia: il racconto dell'incontro immaginario tra lo scrittore e suo padre, che non c'è più.
Costava 4 euro, e l'ho comprato. E l'ho letto tutto d'un fiato in una sera. Laddove “tutto d'un fiato” non sta per “non riuscivo a staccarmi”, ma per “fammi togliere questo dente in uno strappo solo”.
Non è troppo brutto e neanche bello. È scritto in un modo asciutto, in cui vagamente mi riconosco.
Il tema – appunto, una onirica passeggiata di un figlio e del padre scomparso – è tutto fuorché creativo, ma ammetto che, puntando su un desiderio che appartiene un po' a tutti, quello di poter avere un ultimo colloquio con una persona cara che ci ha lasciato all'improvviso, le impressioni di scontatezza e di “già visto” sono in parte stemperate.
In parte, però. Perché alcune banalità, linguistiche ad esempio, sono del tutto inscusabili: vedasi, descrivendo il Tirreno disteso al sole sul litorale laziale, l'espressione “mare d'amare”. Sì e poi? Anche “sole, cuore, amore”, magari? Così mi pare d'essere a Sanremo, non ad Anzio.
Il dipanarsi della trama, poi, è talmente liscio da essere piatto. Non ci sono nodi in questo rapporto padre-figlio. Nessuna questione irrisolta, a parte la reciproca mancanza.
Ma che noia. Che favola melensa e irrealistica.
Qualunque figlio o figlia avesse l'occasione di rivedere un'ultima volta il proprio genitore passato a miglior vita, farebbe con lui o con lei una passeggiata costellata di mine vaganti. Ve lo dico io. E quel permesso premio dell'aldilà si trasformerebbe dopo pochi passi in una punizione del Creatore, questa è la verità.

Questo scrivevo qualche settimana fa, pochi giorni prima che uscisse “Scusa ma ti chiamo amore”, scritto e diretto da Moccia. Pochi giorni prima che la tv avesse un bel rigurgito mocciano. Ho visto qualche spezzone del film. Ho visto interviste a Moccia. E direi che tutto torna.
Non mi esprimerò sull'alternativa venduto-rxttinculo-buonoscrittore di cui sopra, anche perché, ripensandoci, forse le tre cose possono coabitare in una persona; dirò solo che l'abilità di Moccia secondo me è questa: lui dà alla gente e ai ragazzi in particolare ciò che chiedono. Come la De Filippi, come Muccino-ino, come i Tokyo Hotel.
Ora, il problema sta tutto lì. Che SECONDO ME bisognerebbe dar loro la cruda realtà, il disincanto, lo scetticismo: vale a dire, non ciò che chiedono, ma ciò di cui hanno bisogno.

A Christmas Carol. Due fratelli.

Due fratelli. La notte di Natale.
Seduti ad un tavolo di cristallo.
In mezzo ai loro sguardi che giocano a squash, una bottiglia di Barolo.
Nel mobile, molto altro vino li aspetta, per una scommessa.
Hanno scommesso che uno di loro quella notte sboccherà. A costo di finire tutto il vino che c’è in casa.
Hanno scommesso quattro pizze. Ma, probabilmente, anche qualcosina in più. Tipo: il predominio.
Sono tutti e due ubriachi. Uno più, uno meno.
Il minore è quello più: blatera, straparla in vino veritas. Dice quello che più gli viene dal cuore senza freni inibitori e senza remore: “Non devi parlare finché io non smetto di parlare. Io ti metto a letto che tu neanche te ne accorgi.”
C’è una lotta. Intestinale, subconscia, clandestina.
“Io ti metto a letto quando voglio”, ripete.
Il maggiore risponde “Vediamo” e in testa c’ha solo vincere la scommessa e bersi un bel Barolo, che ormai è stato aperto da suo fratello in un impeto di ubriacatura.
In risposta il fratello più piccolo e più ubriaco sbraita: “Ma guardala là, quella”, indicando la morosa che è collassata sul divano, “io non c’ho sostegno morale”.
Due bicchieri e una quantità innumerabile di stronzate dopo, imita la fidanzata, e crolla a terra. Per una qualche decina di secondi si pensa al peggio. Ha ceduto.
Meno tre, meno due, meno uno. Il fratello al tappeto non si rialza, ha perso, no, come non detto, si riscuote, ha un inaspettato impeto di vita, parla perfino: “Io ti mando a letto te, cosa credi?”
Si rialza e chiede di aprire una seconda bottiglia. È ancora in gioco, può ancora farcela. Poi l’altro in questi secondi ha continuato a bere…
Si passano in rassegna le varie annate e etichette della mini-cantinetta del mobile del soggiorno. Si sta per decidere la bottiglia, quando il fratellino più ubriaco si alza verde in faccia facendo strane smorfie con la bocca. Va di là e si sente distintamente rumore di vomito.
Il meno ubriaco trionfa, è il più grande. “Lo sapevo. L’ho fatto per dimostrargli che non deve scommettere, soprattutto quando non è sicuro, che non deve buttare un Barolo.” Ma l’altro torna al tavolo. E ricomincia subito: “Tu hai vinto, allora io mi lascio andare.”
“Il tuo subconscio sta prendendo piede” fa il meno ubriaco, che vista la frase pronunciata sta evidentemente raggiungendo il tasso alcolico del fratellino. Cerca di convincerlo a non continuare.
“Adesso andiamo a letto, M.?”
“Mmm.”
“Non dovevi scommettere M.”
“Mm. Cos’è che ti devo?”
“Quattro pizze. E in più hai buttato un Barolo.”
“C’hai ragione D.”
“Andiamo a letto M.?”
M. non risponde. Già dorme.

Ascendente in caduta libera.




Ieri, nel fare il calcolo del mio ascendente online, il verdetto è stato “Bilancia” e “sfrenata egopatica”.

A. Egopatica. E pensare per quanti anni ho cercato questa parola.

B. E io che credevo di essere solo ossessivo-compulsiva.

C. Finalmente posso andare da uno psichiatra con le idee chiare.

D. Devo dirlo a mia sorella. Sarà contenta di avere una definizione puntuale con la quale insultarmi.

E. Ho fatto il calcolo. Anche mia sorella è Bilancia.

F. Sarà contagioso?

G. Sarà mortale?

H. Mmm… egopatica… cioè malata di sé… 28 orizzontale! Erano mesi che cercavo di finire quel cruciverba.

I. Ma un ascendente Bilancia non dovrebbe essere una persona equilibrata?

J. Sono un talento strappato alla satira. Sono troppo spiritosa. Sono di un umorismo sottile, arguto, pungente. Sono, sono… egopatica.

Da casa mia.

















A casa mia
andiamo sempre tutti via.
Nessuno resta. Non so se sia
perché siamo emigranti dentro o checchessia,
ma di sicuro ho detto più buon viaggio, chiama quando arrivi, a presto
che bentrovato o benvenuto, in vita mia.
A casa mia si scappa,
si va lontano, si dice scendere e salire;
sarà perché non abbiamo mai saputo
qual è l'andare e qual'è tornare.
A casa mia non siamo gamberi,
siamo uccelli migratori.
Non siamo stelle, ma meteoriti.
Siamo distanti, sparpagliati,
siamo evasori.
Siamo rifugiati politici.
Che poi da dove scappiamo?
Da casa mia.
Che poi nessuno sa neanche dove sia.
Un po' la cerco,
la cerchiamo tutti,
mentre fuggiamo l'un dall'altro
e l'un con l'altro,
mentre abbracciamo i pupazzi,
mentre guardiamo le foto,
e ci manchiamo mentre stiamo assieme a terzi.
E io stanotte vorrei paralizzarci.

Sono tornata a casa.










Sono tornata a casa, ma non c’era più.
Ora c’è un cimitero.
Senza cadaveri, di sole lapidi.
Con sopra foto, pelouches e candele.
Ci sono anche libri, ci sono mobili. Ci sono dizionari e ninnoli.
E poi fumetti, certificati, dischi. Tutto uguale a com’era prima.
Di più c’è un tavolo, dei quadri, delle bambole, un televisore che nessuno vedeva.
Manca qualcosa? Mancavo solo io, la defunta.
Assente. Renitente. Fuggiasca. Prigioniera.

Sono tornata a casa, ma ora non c’è più.
C’è un albergo, pensione completa.
Con tanto di biancheria pulita, sveglia mattutina.
Mi dan perfino le pantofole, il pigiama. E la valigia per andare via.

Sono tornata a casa, ma la casa non c’è.
Ora c’è un ripostiglio.
Parcheggio di quadri reietti, avanzi di ricordi, e geroglifici. Che nessuno sa capire.
E anche adesso che ci sono io, che li ho scritti, non riesco a starli a sentire.
Le ragnatele sono invisibili, eppure mi pare di vederle.
E di sentire odore di rancido, di muffa. Di biblioteca.
È rimasta a aspettarmi solo la carta di una caramella,
ma con tutti quelli che ci han messo mano, a questa casa,
è solo un’altra impronta su una teca.
Una collezione di cicatrici è questa casa che è un museo.
Perché non vive, espone, è di tutti e non è mia.

Ma chi c’è stato qua? A chi ti sei data?
Fottuta casa traditrice. Che mischi i miei brandelli di vita con gli ammennicoli di altre vite.

E dove hai messo le luci? Al buio non le trovo.
Dove si scende dal letto? Una volta vedevo tastoni.

Cosa ci faccio qua? A ricordare?
A sentirmi estranea, ospite, aliena.
Tumulata nella mia cappella di famiglia, dove ogni cosa urla la sua storia.
Mi assordano le voci, i gemiti, le lacrime.
Non riesco neanche a morire.
Eppure il letto lo riconosco.
Ma oggi è irto di spine.

Vorrei portar via tutto, vorrei dar fuoco a questo freddo mausoleo.
Ma non mi azzardo, rubo solo un souvenir.
Bisogna aver rispetto per i morti.
Perché la morta sono io.

Audio o libro? Tutti e due.

Ho aggiunto nella mia colonnina "Prefe" a destra una nuova voce: "L'ultimo audiolibro".
Mi sono scoperta una divoratrice di audiolibri.
Li ascolto mentre cucino, mentre stendo i panni, stiro, faccio ginnastica.
Per una piccola casalinga solitaria avulsa dalla TV e dalla società come me sono l'ideale.
Eccovi un link legale.
A voi la ricerca di fonti illecite alternative.

Fiera de che?

Sono stata alla Fiera del Libro di Torino ieri sera. Lunedì, ore 8, a due ore dalla chiusura. Come si spiega allora che ho sborsato 8 euro, prezzo pieno? Forse perché ho potuto assistere allo smantellamento di buona parte degli stand.
Volete mettere lo spettacolo?

Ok, lo ammetto, dovrei commentare qualcosa sul mondo dell'editoria italiana, sulla quantità e qualità dei titoli proposti, sui 300.000 visitatori che hanno affollato la Fiera quest'anno e che forse magari un libro nel 2007 se lo leggeranno ma chi può dirlo... invece mi imbatto subito nella venalità e a questo punto la cavalco:
possibile che si debba pagare, per andare - alla fine della fiera, come si suol dire - in libreria?
Possibile che si debbano mettere soldi per vedersi pubblicare un libro?
O per partecipare a un concorso letterario?
Di cosa si tratta, di una sorta di autofinanziamento? Per un mondo altrimenti non autosufficiente?

Allargo le maglie del discorso e delle domande: possibile che i gruppi musicali, anche giovani, anche indipendenti, ai concerti vendano più magliette che cd? Possibile che la cultura debba la sua sussistenza a tutto ciò che dovrebbe essere di contorno, e non a libri, cd, dvd, ossia alle portate principali?

Ovvietà, forse. Ma io ci rimango male lo stesso. Con 8 euro sapete quante magliette e spillette potevo comprarmi?

È nata una Scheggia.




Ho finito di scrivere Scheggia, il mio secondo libro e primo romanzo, seppure per ragazzi.

"Scheggia" è la mia creatura.
Per certi versi un perfetto Bildungsroman, ma con qualcosa in più: una mistura strana tra finzione surreale e verità, dal sapore
molto "ai confini della realtà" (chissà chi l'avrà capito 'sto sproloquio da critica letteraria).

Partorisco a ottobre 2007 (sempre edizione Campanila, disegni di Daria Palotti). Ma qui trovate un'anticipazione. Un'ecografia, in regalo per tutti voi.

L'ultima risorsa del copy.

In caso di lobotomia, il copy più abietto si rifugia nella citazione letteraria. Io non sarò da meno e, per far le cose in grande, attingerò direttamente dall'Agenda Letteraria 2007. Abbiate pietà di me.


Di noi donne nessuno
ha mai capito nulla
e abbiamo troppo orgoglio
per dir forte
il nostro segreto patimento.

Ada Negri

Navigando per il mare della scrittura, mi sono imbattuta negli haiku. E finalmente ho deciso di saperne di più.
Gli haiku sono dei componimenti poetici della tradizione giapponese, di origine antichissima. Hanno una struttura fissa: tre versi rispettivamente di cinque, sette e di nuovo cinque sillabe. Insomma, 17 sillabe in tutto, nelle quali l'haijin (il poeta) racchiude la descrizione di un attimo. Come direbbero i Tiromancino.
Gli haiku nascono come frutti di stagione, legati, almeno con una parola, ad un periodo dell'anno. Ma innumerevoli sono oggi le variazioni sul tema, sia nello stile che negli argomenti, tanto che questo vincolo temporale (il riferimento stagionale è detto kigo), anche in Giappone, non è più vincolante come una volta.
Ho deciso di dilettarmi un po' con gli haiku. Mi sembrano un'ottima palestra di sintesi. Uno strumento potentissimo per suscitare una sola, devastante emozione. Un gioco magnifico con la polisemia delle parole.
Ne ho scritto uno, eccolo. Forse non merita il nome di haiku. In ogni caso non merita un titolo. Gli haiku non lo hanno e giustamente. Sarebbe come dare un nome ad un quadro astratto. Un recinto alla libera interpretazione.


Dentro la rete
s’intrica e si districa
l’alma di Dena.


Sto leggendo...

..."La famiglia Manzoni" di Natalia Ginzburg.
Vuoi per prepararmi alla visita di casa Manzoni, che mi attende viste le mie frequentazioni lecchesi.
Vuoi per conoscere la personalità di un autore che, contrariamente a quello che la scuola italiana insegna, non equivale a quella di un suo busto in marmo.
Vuoi, infine, perché mi attrae la prosa della Ginzburg. Mi piace quel suo stile da "finta tonta" (così è stato definito da Oreste Del Buono). Quello di chi guarda al mondo con occhi di bambina, senza predicare, senza condannare o assolvere nessuno. Insomma, il contrario del vate Alessandro.
Che, per una dura legge del contrappasso, in questo romanzo, passando da narratore a protagonista, viene messo completamente a nudo:
e chi lo sapeva che Manzoni fosse un nevrotico? Che aveva il terrore dei temporali? Che passava giornate intere in preda alle vertigini? Che bastava un nonnulla per scaternarne l'angoscia? Altro che busto in marmo.