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Di deficienti, si sa, c'è sempre stata abbondanza.
In questi giorni si è parlato tanto di uno in particolare, un prete, o meglio un pastore della Florida, che ha tenuto banco per aver minacciato di bruciare una copia del Corano nell'anniversario dell'11 settembre. Lo brucio, no non lo brucio più, guardate che lo brucio, e va bene, lo brucio.
A prescindere da cosa accadrà domani, io non ce l'ho con lui. Come si potrà facilmente evincere, il Signore non ha dotato di intelletto tutti in egual misura, a maggior ragione se trattasi di preti.
Ripeto, non ce l'ho col deficiente in questione, deficitario di tolleranza, buon senso, amore cristiano. Ce l'ho con le agenzie di stampa, i direttori di giornali, e chiunque abbia contribuito a montare questo caso mediatico che ha monopolizzato per 10 giorni le televisioni, i giornali, le testate web mondiali.
Ogni giorno si alzano miliardi di deficienti, che hanno tutto il diritto di bruciare un libro in giardino, strappare la foto del Papa, mangiare feci canine, volendo. Ma coloro che propagandano la notizia – mettendola prima di tante altre, forse più interessanti e utili per l'umanità – e la portano alle orecchie di altri deficienti, magari incavolati e/o armati, hanno una responsabilità, e una colpa, enorme. E per costoro la parola deficiente è purtroppo deficiente.
L'uomo non differisce dall'animale, tranne nel sapere che non lo è.
Che copy grandioso, Fernando Pessoa.
Caro Presidente,
io pago le tasse. Mio padre paga le tasse. Il mio fidanzato paga le tasse.
E se un povero cristo come noi fa un infinitesimale sgarro ci confiscano anche la biancheria intima.
Come si fa a benedire un condono?
Nessun condono può essere giusto, a nessuna condizione. E le "gabole" non diventano buone azioni, anche con la scusa che sono a fin di bene.
Così non si fa altro che dare il benestare alla disonestà, alla propensione all'imbroglio e a quel mancato rispetto delle regole contro cui in Italia ci si batte, da decenni. E che gli italiani hanno, ed evidentemente sempre avranno, nel sangue.



“Se ricominciassi la mia vita, penso che mi piacerebbe far carriera in pubblicità.”
F. D. Roosevelt


“Se ricominciassi la mia vita, penso che mi piacerebbe far carriera.”
D.D.M., pubblicitaria

Solo una sana e consapevole libidine...


















Vorrei spendere una parola a favore di una forma di intrattenimento bistrattata. Le serate lucide.
C'ho quasi 28 anni e posso permettermelo, credo, senza passare eccessivamente per sfigata, per apollinea o per cattolica.
Le serate lucide sono quelle serate di astinenza da alcool o da qualsiasi altro coadiuvante dello sballo, durante le quali non solo capisci esattamente:
quello che succede attorno a te;
se il gruppo suona di mxxxa o da panico;
e se i tuoi amici si divertono per davvero o sono sotto un qualche effetto.
Ma in più:
non sei distolto dalla fame chimica o da ogni trip mentale che ti può sovvenire in caso di stato di coscienza alterato.
E quando arrivi a casa, sebbene siano le quattro e il giorno dopo lavori, hai pure la forza:
di spogliarti;
di struccarti;
di lavarti i denti;
di darti 100 colpi di spazzola, ma ne bastano meno;
e di scrivere. Come me, adesso. Scrivere. Anche solo un mucchio di idiozie che nessuno ti ha chiesto, che nessuno leggerà e che sarebbero state tranquillamente evitabili se al rientro a casa fossi stato talmente sbronzo dal cadere in coma sul materasso. Come fanno tutti.

Definizione di "coppia".

Quando una quasi ventottenne si ritrova alle otto del mattino in pigiama con le cispe agli occhi a stirare una camicia di Armani con un ferro da stiro Termozeta ancora odorante di plastica pensando “Vieni via pieghetta che da camicia nasce contratto e da contratto nasce imprenditore con mantenuta quasi ventottenne votata solo al mestiere di scrittrice”, quella è "coppia".

Definizione di "casa".

Quando una coppia di non ancora trentenni si trova a mangiare due pizze consegnate a domicilio in bilico su un carrellino portavivande Foppapedretti centrato perfettamente in mezzo al nulla di un monolocale vuoto e olezzante vernice, quella è "casa".

A Christmas Carol. Due fratelli.

Due fratelli. La notte di Natale.
Seduti ad un tavolo di cristallo.
In mezzo ai loro sguardi che giocano a squash, una bottiglia di Barolo.
Nel mobile, molto altro vino li aspetta, per una scommessa.
Hanno scommesso che uno di loro quella notte sboccherà. A costo di finire tutto il vino che c’è in casa.
Hanno scommesso quattro pizze. Ma, probabilmente, anche qualcosina in più. Tipo: il predominio.
Sono tutti e due ubriachi. Uno più, uno meno.
Il minore è quello più: blatera, straparla in vino veritas. Dice quello che più gli viene dal cuore senza freni inibitori e senza remore: “Non devi parlare finché io non smetto di parlare. Io ti metto a letto che tu neanche te ne accorgi.”
C’è una lotta. Intestinale, subconscia, clandestina.
“Io ti metto a letto quando voglio”, ripete.
Il maggiore risponde “Vediamo” e in testa c’ha solo vincere la scommessa e bersi un bel Barolo, che ormai è stato aperto da suo fratello in un impeto di ubriacatura.
In risposta il fratello più piccolo e più ubriaco sbraita: “Ma guardala là, quella”, indicando la morosa che è collassata sul divano, “io non c’ho sostegno morale”.
Due bicchieri e una quantità innumerabile di stronzate dopo, imita la fidanzata, e crolla a terra. Per una qualche decina di secondi si pensa al peggio. Ha ceduto.
Meno tre, meno due, meno uno. Il fratello al tappeto non si rialza, ha perso, no, come non detto, si riscuote, ha un inaspettato impeto di vita, parla perfino: “Io ti mando a letto te, cosa credi?”
Si rialza e chiede di aprire una seconda bottiglia. È ancora in gioco, può ancora farcela. Poi l’altro in questi secondi ha continuato a bere…
Si passano in rassegna le varie annate e etichette della mini-cantinetta del mobile del soggiorno. Si sta per decidere la bottiglia, quando il fratellino più ubriaco si alza verde in faccia facendo strane smorfie con la bocca. Va di là e si sente distintamente rumore di vomito.
Il meno ubriaco trionfa, è il più grande. “Lo sapevo. L’ho fatto per dimostrargli che non deve scommettere, soprattutto quando non è sicuro, che non deve buttare un Barolo.” Ma l’altro torna al tavolo. E ricomincia subito: “Tu hai vinto, allora io mi lascio andare.”
“Il tuo subconscio sta prendendo piede” fa il meno ubriaco, che vista la frase pronunciata sta evidentemente raggiungendo il tasso alcolico del fratellino. Cerca di convincerlo a non continuare.
“Adesso andiamo a letto, M.?”
“Mmm.”
“Non dovevi scommettere M.”
“Mm. Cos’è che ti devo?”
“Quattro pizze. E in più hai buttato un Barolo.”
“C’hai ragione D.”
“Andiamo a letto M.?”
M. non risponde. Già dorme.

Ascendente in caduta libera.




Ieri, nel fare il calcolo del mio ascendente online, il verdetto è stato “Bilancia” e “sfrenata egopatica”.

A. Egopatica. E pensare per quanti anni ho cercato questa parola.

B. E io che credevo di essere solo ossessivo-compulsiva.

C. Finalmente posso andare da uno psichiatra con le idee chiare.

D. Devo dirlo a mia sorella. Sarà contenta di avere una definizione puntuale con la quale insultarmi.

E. Ho fatto il calcolo. Anche mia sorella è Bilancia.

F. Sarà contagioso?

G. Sarà mortale?

H. Mmm… egopatica… cioè malata di sé… 28 orizzontale! Erano mesi che cercavo di finire quel cruciverba.

I. Ma un ascendente Bilancia non dovrebbe essere una persona equilibrata?

J. Sono un talento strappato alla satira. Sono troppo spiritosa. Sono di un umorismo sottile, arguto, pungente. Sono, sono… egopatica.


Ch’io sia per te vetro
e specchio.



















(N.d.A.: Perché bastano otto parole a fare una poesia.)