Pensieri, parole, opere e omissioni di una scrittrice in erba,
una copywriter freelance in tempo di crisi, una spiantata trapiantata a Lecco.
In questi giorni si è parlato tanto di uno in particolare, un prete, o meglio un pastore della Florida, che ha tenuto banco per aver minacciato di bruciare una copia del Corano nell'anniversario dell'11 settembre. Lo brucio, no non lo brucio più, guardate che lo brucio, e va bene, lo brucio.
A prescindere da cosa accadrà domani, io non ce l'ho con lui. Come si potrà facilmente evincere, il Signore non ha dotato di intelletto tutti in egual misura, a maggior ragione se trattasi di preti.
Ripeto, non ce l'ho col deficiente in questione, deficitario di tolleranza, buon senso, amore cristiano. Ce l'ho con le agenzie di stampa, i direttori di giornali, e chiunque abbia contribuito a montare questo caso mediatico che ha monopolizzato per 10 giorni le televisioni, i giornali, le testate web mondiali.
Ogni giorno si alzano miliardi di deficienti, che hanno tutto il diritto di bruciare un libro in giardino, strappare la foto del Papa, mangiare feci canine, volendo. Ma coloro che propagandano la notizia – mettendola prima di tante altre, forse più interessanti e utili per l'umanità – e la portano alle orecchie di altri deficienti, magari incavolati e/o armati, hanno una responsabilità, e una colpa, enorme. E per costoro la parola deficiente è purtroppo deficiente.
L'anatema dell'anaconda
"Anatema anatema: non votate per chi difende l’aborto, votate per la vita. Così il cardinale Bagnasco è sceso in campagna elettorale a quattro giorni dal voto. Certo, il presidente della Cei ha tutto il diritto di esprimere la posizione della Chiesa sul tema, ma c’è una cosa che non mi convince. Cosa c’entra l’aborto con le elezioni amministrative per il rinnovo di comuni, province e regioni? Niente perché è materia di competenza nazionale. E’ evidentemente una mano tesa alle (...) liste del centrodestra. Un inaccettabile attacco a due candidate in particolare: Mercedes Bresso e soprattutto Emma Bonino, colpevoli soltanto di aver espresso oggi come in passato la loro opinione e di aver fatto scelte politiche conseguenti. Scelte che, perlatro, non entrano in nessun modo oggi in campagna elettorale."
Insomma questa è in tutto e per tutto una indebita ingerenza della chiesa, che presta il fianco alle strumentalizzazioni di quei due politicanti chierichetti che son capaci solo di star lì a dire: "è vero è vero, io l'avevo sempre pensato."
Anch'io l'ho sempre pensato questo: che schifo.
Volete lasciar stare le donne una volta per tutte? Non ci volete come preti, ecco allora lasciateci giudicare da sole i nostri affari. Lasciateci esercitare il giudizio, perché è una scelta, e non un comandamento. Che poi, sinceramente, se devo far nascere un figlio per vederlo stuprare da un prete, io, preferisco abortire.
Torino, 18 febbraio 2009
Ieri, nella sala d’attesa del dottore, ho assistito impotente, con la faccia conficcata in un Donna Moderna dell’estate passata – di per sé già un ossimoro -, al seguente dialogo:
-No, io solo macchina. Il pullman non lo prendo. Non lo prendo più dal 1952.
-Eh sì, e come si fa?
-Con la feccia che c’è sopra.
-Che schifo.
-Che gentaglia.
-Che porcheria. Povera Italia.
-Eh davvero.
-Io lo dico sempre. Si stava meglio quando c’era lui.
-Ben detto.
-Quando c’era lui e si usciva per strada era tutto pulito, tutto in ordine. Io me lo ricordo.
Certo, vecchia stxxxza babbiona. Peccato che tu non ti ricorda di un altro paio di cosette, di quando c’era lui.
Questo l’ho solo pensato, lo confesso, perché in quel momento la segretaria del dottore ha chiamato all’appello “Di Maggio”. Mi sono alzata, e con la forza del mio cognome terrone ho guardato quelle due peppie torinesi vestite di animali morti. Ho pensato a tutte le volte che sono stata feccia con la feccia sugli autobus. A tutti i treni pulciosi. E a tutti quei treni pulciosi che hanno preso 40/50 anni fa altri terroni come me, per venire proprio qua. A costruire le loro macchinine. Ho pensato a “La storia siamo noi”, e ai documentari sul fascismo.
E pure a tutte le volte che mi sono chiesta chi votava Berlusconi.
E nel mio groviglio di disperazione, mentre ripetevo a me stessa che sì, era proprio vero quello che avevo sentito, nonostante sembrasse la classica storiella da stereotipo, ho realizzato che su un punto ero d’accordo. E ho mormorato anch’io, tra i denti:
“Povera Italia”.
Mi sono innamorata di Holga.

Sto esplorando nuove modalità espressive. La scrittura non è dimenticata, tutt'altro. Ma ogni tanto mi occorre tradirla, per tornare da lei con più trasporto, più nuova linfa, più inventiva.
Ragionamento che non vale per i rapporti sentimentali, questo si sappia.
Da wikipedia.it
"Holga è la macchina fotografica economica (definita anche toy camera) prodotta dall'azienda russa LOMO (Leningradskoye Optiko-Mechanichesckoye Obyedinenie) per il mercato cinese a partire dal 1982 e fabbricata ad Hong Kong.
La costruzione poco costosa e la semplice lente a menisco delle macchine fotografiche Holga spesso produce foto che presentano vignettature, sfocature, scarsa illuminazione ed altre distorsioni che ne costituiscono la cifra stilistica.
(…)
In effetti tecnicamente la macchina è piena di difetti, ed anche il prezzo non è a buon mercato, (…). Però i possessori della Holga hanno trasformato tutti i suoi difetti (…) in vantaggi per produrre della fotografia creativa."
My prototype.
Da wikipedia:
INTJ (Introversione, iNtuito, Thinking, Judging) è un acronimo che indica uno dei sedici tipi contemplati dal test “Myers-Briggs Type Indicator”. Il fondamento del MBTI fu sviluppato a partire dal lavoro dello psichiatra Carl Jung nel suo libro “Tipi psicologici”. […]
Secondo Myers-Briggs, gli INTJ sono persone molto analitiche. […] si trovano meglio a lavorare da soli piuttosto che in squadra e normalmente non sono socievoli come la maggior parte delle persone. Tendono a non mettersi in mostra, ma sono pronti a prendere una posizione di comando quando nessuno vuole prendersi la responsabilità. […] Normalmente non riconoscono l'autorità basata sulla tradizione, sul grado o su un qualche tipo di titolo.
Gli INTJ sono grandi individualisti che cercano nuove prospettive o nuovi modi di vedere le cose. Sono deduttivi e veloci nel ragionamento, tuttavia questo non si manifesta sempre agli altri, in quanto trattengono molto dentro di loro.
Tra i sedici tipi di personalità, possono essere considerato quello con più indipendenza di tutti. […]
Caratteristiche distintive del tipo di personalità INTJ includono il pensiero indipendente, forte individualismo e creatività. Persone che appartengono a questo gruppo lavorano al loro meglio quando viene loro data una grande quantità di autonomia creativa. Racchiudono in loro un innato senso di esprimersi creativamente concettualizzando i loro progetti mentali.
Le relazioni interpersonali […] possono essere il tallone d'Achille di un INTJ. Questo accade in parte perché molti INTJ non afferrano prontamente i rituali sociali.
Probabilmente il problema fondamentale, tuttavia, è che gli INTJ vorrebbero veramente che la persone avessero un senso.
[…] questo tipo estremamente raro nella popolazione: secondo David Keirsey (che ha definito gli INTJ come i Masterminds, o “gli scienziati”) si può trovare solo circa nel 1% del campione.
Potete fare il test qui.
Noi ci divertiamo così.
È una raccolta di foto, in poche parole, ma molto particolari: le scansioni di facce di persone corredate da tutto quello che hanno in borsa.
Una radiografia empirica della loro vita, insomma.
Non accurata, non completa, non oggettiva. Ma interessante quasi quanto un autoritratto o una poesia autobiografica.
Mica come Facebook. Che dopo due giorni di indigestione internautica - dopo che hai trovato tuo cugino in America, i compagni dell'asilo, gli ex-colleghi e ti sei fatta amica qualche mente illuminata come Nicoletti o Saviano - ti ha già stramazzato i cosiddetti e puoi solo stare lì davanti a un pezzo di sushi di pixel o un test su chi eri nella tua vita precedente a chiederti: ma a che serve? Io, qua, che ci sto a fare?
Ecco, per una volta, non lasciamo parlare la fuffa ma solo le immagini. Che ci dicono chi siamo e, soprattutto, cosa vogliamo essere per gli altri.
Infatti, io propongo di usarle sulle pietre tombali. Sembreremmo dei corpi compressi in feretri che smaniano per uscire. Che poi è quello che un po' tutti, a volte, siamo.

Primo maggio davanti al quaranta pollici.
Il cantante è un mio collega.
Per chi se lo fosse chiesto: la risposta è sì; è una proprietà dei copy quella di essere "mancati/aspiranti scrittori", "mancati/aspiranti cantanti", "mancati/aspiranti sceneggiatori", eccetera.
Per approfondimenti si rimanda all'assioma "L'arte non paga", altrimenti detto "D'altronde, s'adda campà".
Ascendente in caduta libera.
Ieri, nel fare il calcolo del mio ascendente online, il verdetto è stato “Bilancia” e “sfrenata egopatica”.
A. Egopatica. E pensare per quanti anni ho cercato questa parola.
B. E io che credevo di essere solo ossessivo-compulsiva.
C. Finalmente posso andare da uno psichiatra con le idee chiare.
D. Devo dirlo a mia sorella. Sarà contenta di avere una definizione puntuale con la quale insultarmi.
E. Ho fatto il calcolo. Anche mia sorella è Bilancia.
F. Sarà contagioso?
G. Sarà mortale?
H. Mmm… egopatica… cioè malata di sé… 28 orizzontale! Erano mesi che cercavo di finire quel cruciverba.
I. Ma un ascendente Bilancia non dovrebbe essere una persona equilibrata?
J. Sono un talento strappato alla satira. Sono troppo spiritosa. Sono di un umorismo sottile, arguto, pungente. Sono, sono… egopatica.
Amo la vitua.
La vitua è meglio della vacanza. Molto meglio. Perché la vacanza è negativa, è pur sempre un lavoro. Sia che tu viaggi, sia che tu stia a casa, la vacanza è una sbatta. Richiede impegno, un sacco di impegno, per riuscire a far tutto in quel fottuto agognato weekend. O quei 14 striminziti giorni d'agosto.
Da quando sono in vitua non ci sono, non esisto, nessuno mi calcola. Nessuno mi affibbia un lavoro, nessuno mi mette nell'elenco degli invitati. Non mi sveglio presto, non esco per l'aperitivo. Non devo cercare gli amici, guardo l'e-mail per poi richiuderla. Non vado in palestra, non salgo e scendo dai treni, non preparo e disfaccio valigie, non penso alla lista della spesa o a cosa mettermi o al giorno dopo, non so manco che giorno è.
Sono come morta, ma sono viva più di prima.
È la vitua: il tempo mi ha messo in aspettativa. Devo solo ricordarmi di prendere la medicina, e in cambio posso vedere la luce del sole, guardare dalla finestra per strada quelli che non fanno nulla come me, se esco per andare dal dottore posso buttar l'occhio su una vetrina.
È una pacchia esser malati. Malati non come i vecchietti che incontro al centro analisi o in radiologia; malati come me, cioè poco*. E quel poco che c'ho non si sa cos'è. Così non devo neppure stare a preoccuparmi.
Passerà anche quel poco, purtroppo, finiranno questi 10 insperati giorni di sospensione spazio-temporale, ma pazienza. Oggi è ancora tutto in stand-by. E tutti sono immobilizzati, in stop motion tipo Matrix. Io guardo soltanto, senza intervenire. E senza far niente. Dolce far niente che si fa soltanto in vitua.
Potessi essere sempre come Irene Grandi. In vacanza dalla vita. O almeno, in vacanza da una vita. Potesse la vita esser la vitua. Sarebbe tutto risolto. Ma alla mia vita manca una U, e le avanza il lavoro. E siccome chi non lavora non va in mutua, e, soprattutto, non fa all'amore, sono costretta a guarire. E a tornare al mio banchino, alle liste della spesa e agli aperitivi dei sani.
Che posso farci? Quando c'è la salute c'è tutto, dicono. Dicono.
*trattavasi di una bella infezione. Mica tanto poco...
Positiva ai documentari.
Ieri me ne sono spupazzata un altro.
La registrazione di una puntata di "Eventi 21", trasmissione andata in onda il 29 dicembre scorso sulla TV svizzera di lingua italiana TSI.
Lo spettacolo-inchiesta incastonava momenti di teatro di Christian Biasco in un tessuto di interventi in studio, contributi filmati e interviste tratti da un documentario straniero, pluri-premiato, realizzato da Peter Chappel e Catherine Peix. Tema: le origini dell'AIDS. E una teoria sconcertante: il virus dell'HIV potrebbe essere nato in laboratorio in Africa e inoculato somministrando il vaccino antipolio.
Sembra una coincidenza, ma i primi casi ufficiali di AIDS si registrano in quegli anni, in quelle zone. E, sembra una coincidenza, ma i vaccini di Koprowski sono stati prodotti utilizzando reni di scimpanzé, naturalmente infetti da un virus dell'immunodeficienza delle scimmie (SIV). Che è, guarda caso, progenitore dell'HIV.
Ma può essere tutto una fatalità, una combinazione?
Già Tom Curtis nel 1992 si fece fautore della tesi su Rolling Stone, con un articolo dal titolo “L’origine dell’AIDS” (testo in inglese).
Qualche anno dopo, nel 1999, alla staffetta subentra Edward Hooper e il suo “The River”: una lunga e dettagliata ricerca, frutto di anni di viaggi, interviste, studi, sulle tracce dell'AIDS e delle sue ancora misteriose cause.
Misteriose, sì, perché ancora oggi, nel 2007, non è stata pronunciata una parola definitiva in merito. E la comunità scientifica, di fronte ad invasioni di campo di giornalisti come Curtis o Hooper, ha sempre e solo serrato le fila, attaccando gli oppositori a colpi di querele per diffamazione e episodi di ostruzionismo.
Brutto dirlo, ma la Verità probabilmente non si saprà mai.
E dunque, quale consolazione, io preferisco saperne molte. Anche quando sono sconvolgenti, tragiche, e così gravide di conseguenze come questa.
Fiera de che?
Volete mettere lo spettacolo?
Ok, lo ammetto, dovrei commentare qualcosa sul mondo dell'editoria italiana, sulla quantità e qualità dei titoli proposti, sui 300.000 visitatori che hanno affollato la Fiera quest'anno e che forse magari un libro nel 2007 se lo leggeranno ma chi può dirlo... invece mi imbatto subito nella venalità e a questo punto la cavalco:
possibile che si debba pagare, per andare - alla fine della fiera, come si suol dire - in libreria?
Possibile che si debbano mettere soldi per vedersi pubblicare un libro?
O per partecipare a un concorso letterario?
Di cosa si tratta, di una sorta di autofinanziamento? Per un mondo altrimenti non autosufficiente?
Allargo le maglie del discorso e delle domande: possibile che i gruppi musicali, anche giovani, anche indipendenti, ai concerti vendano più magliette che cd? Possibile che la cultura debba la sua sussistenza a tutto ciò che dovrebbe essere di contorno, e non a libri, cd, dvd, ossia alle portate principali?
Ovvietà, forse. Ma io ci rimango male lo stesso. Con 8 euro sapete quante magliette e spillette potevo comprarmi?
Io tattoo e tu?
Ah no, io non lo farei mai.
È così… irreversibile.
E se poi cambi idea?
Tanto poi da vecchio te ne penti.
Ma tu li hai mai visti in spiaggia quei vecchi coi tatuaggi? Che schifo!
Come se l’assenza di marchi rendesse i vecchi di bell’aspetto, ai loro occhi.
Figuriamoci. A certe persone fa schifo tutto. Eccetto loro stessi. Anzi, loro stessi compresi.
Quelli che hanno scelto di tatuarsi DI NORMA sono altrettanto beceri.
Tribale o un disegno, sulla caviglia o sulla spalla, una rosa o un’ideogramma giapponese: sembra che farsi un tatuaggio sia alla stregua di decidere cosa vedere in tivù o cosa preparare per cena. Alla stregua di un’idiozia.
Dei tatuaggi, dico io, non bisognerebbe parlare.
Anzitutto, per potersi godere a pieno gli sproloqui dei tuoi interlocutori, evitando che le loro opinioni siano viziate dalle tue, o dalla tua condotta.
Scopriremmo una punta d’invidia repressa negli oppositori, che sotto sotto rimpiangono di non averne il coraggio. E un sotterraneo pentimento in quelli che parlano parlano di quella farfallina sul polso che non ha senso per nessuno, e nemmanco per loro. Che non ha un senso neanche estetico! e che da vecchi, in spiaggia, si vergogneranno di esibire.
Ecco, se si evitasse di parlarne sarebbe meglio. I tatuaggi tornerebbero ad essere un fatto privato, quale sono, e scomparirebbe quella componente di esibizionismo che si ravvisa spesso – CON LE DEBITE ECCEZIONI – nel farli, nel non farli, ma soprattutto nel parlarne.
Dunque scusate se ho tirato fuori l’argomento. Prometto.
Non lo faccio più.
Smascheriamoletuttedunpezzo.
Si contano sulla punta delle dita, per fortuna, ma prima o poi vi capiterà di imbattervi in un esemplare, che scambierete dapprima per una perla rara, poi per una meno rara, ma vera merda.
Lasciate che vi prepari all’evenienza.
Vi parlerò di una speciale razza di donne. Una strana devianza nell’evoluzione del genere femminile, una stirpe di mutanti quanto immutevoli esseri: le donne tuttedunpezzo.
Io le odio. Ne conosco almeno due. E mi sembrano tantissime.
Sanno tutto loro. Tutto. E quando non lo sanno, comunque non poteva saperlo nessun altro.
Noi semplici umani viviamo gli anni dell’incertezza e del dubbio, del lavoro precario o inesistente, dei single e delle famiglie divise, o allargate, o sparpagliate. Loro, le donne tuttedunpezzo, no. Loro sono integerrime. Granitiche. Non conoscono dubbi o incertezze, ripensamenti o cambi di opinione, non dicono mai “credo che”. Ma sempre “sono sicura”. Non dicono mai “forse”, ma solo “è così”. La loro è l’ultima parola.

Le donne tuttedunpezzo sono un anacronismo vivente. Un baluardo di cocciutaggine contro le scosse sismiche costanti che insidiano la società del 2007. In sintesi, il loro credo:
- Tutti attorno a me sbagliano. Io sono nel giusto.
- Le mie idee, i miei pareri, le mie posizioni sono quelle corrette. Gli altri non capiscono niente.
Per noi – gli altri – un’unica possibilità di salvezza: fare esattamente quello che fanno loro. Peccato che in questo modo commetteremmo un altro errore: imitarle. Le donne tuttedunpezzo direbbero, infatti, che le abbiamo copiate. E si sa che loro sono inimitabili. Uniche ed inarrivabili. Sono le valchirie del XX secolo.
Come riconoscerle? Dall’incidenza della parola “io” nelle loro frasi, nettamente sopra la media. Dall’inclinazione dello sguardo: 45°, dall’alto in basso. Dalla sensazione di disagio che pervade ogni conversazione con loro. Conversazioni di tutti i tipi: il minestrone? Si fa così, come lo faccio io. La casa? Si arreda come l’ho arredata io. I vestiti? Io ho buon gusto, voi ci provate soltanto. E non c’è verso di patteggiare con un democratico “i gusti son gusti”, “ognuno ha le sue opinioni” ecc. ecc. C’è solo “io, io, io e ancora io”. Fino alla fine del discorso, fino a che tu, povero spettatore del loro show, non sei costretto a capitolare. Accettando di essere, irrimediabilmente ed inevitabilmente, un individuo di seconda classe.
Come ci godo però. Quando vedo la scintilla della miseria umana nei loro occhi. Perché c’è un momento in cui la vedo. In cui scorgo nel loro sguardo un’ammissione di colpa: “Azz. C’hai ragione tu. Me la sto tirando come se ce l’avessi d'oro, ma è tutta una scena.” E quel momento è pura libidine.
Vi do un consiglio, allora, se permettete. Prendetele in castagna, le donne tuttedunpezzo, mettetele all’angolo, senza paura. Insistete, che quella data cosa non vi risulta, che non è vero, che il minestrone non “si fa così”, ma cosà; sbattete loro sul muso le enciclopedie e i libri, mettetele davanti al fatto compiuto. Non confesseranno mai di essere in torto, ma sul loro volto avverrà una lieve mutazione: un sopracciglio alzato, convulsamente; un lieve tic all’angolo della bocca; una linguetta che spunta, a bagnare le labbra bugiarde e inaridite. Si riveleranno per quello che sono: attrici. Perché loro sanno di essere delle coglione. E passano la vita a mascherarlo.
Smascheriamole. Smascheriamole tutte. Non otterremmo niente, forse, ma ci prenderemmo una rivalsa. Una vendetta piccola piccola, che non toglie la frustrazione, ma concede un po’ di respiro. Un buco in più nella stretta cintura della sicurezza di sé. Prendiamoci noi – per un momento, un solo momento, quanto dura uno sguardo - il diritto di fare le inquistrici delle donne tuttedunpezzo. Prendiamocelo noi, donne inmillepezzi.
Paris e le BR. Ovvero, non vorrei dirvelo ma: siamo perduti.
"Che frigata, su Rai Tre c'è Blu notte," ho gioito da perfetta intellettualoide. "Puntata sulla Storia delle Brigate Rosse!"
Ho guardato avidamente per 10 minuti.
Finché Rai Tre non ha chiamato il time out per la pubblicità.
Al che io, che la pubblicità la faccio ma non sempre la guardo, sguaino il telecomando e ci do di zapping.
Ossia, la favolosa vita di Paris Hilton. Una vita fatta di: un vestito firmato al giorno, rigorosamente gratis; un frocissimo insegnante di portamento, per esibire ai paparazzi esclusivamente il lato migliore; un codazzo di amiche a pagamento; un'ossessione per il rosa e per gli Swarowski; e poi feste, discoteche, e un'esposizione costante a tutti i mezzi di comunicazione, 24 ore al giorno. Paris è un animale del circo dello spettacolo. L'archetipo per tutti gli aspiranti al ruolo di tronisti, concorrenti di reality, Amici di Maria, della Vecchia Fattoria ia ia o.
È trascorso un quarto d'ora prima che mi rendessi conto di essere stata fagocitata dalla tivù spazzatura. "Ma io stavo guardando il programma sulle Brigate Rosse! Cosa ci faccio qua a fare le pulci ad un personaggio mediatico, che probabilmente ha meno vita interiore di una statua del Museo delle Cere? Che tra l'altro mi sta pure sulle palle e che offende tutti quelli che si guadagnano la vita onestamente?"
D'istinto ho cambiato canale, rossa di vergogna. Ero caduta vittima della sindrome tgcom.
Macchina infernale questa televisione. Come infernale è tutto il sistema che le sta dietro. Come infernali sono i nostri cervelli. Io, per sicurezza, la tivù l'ho spenta. La storia delle Brigate Rosse? Me la leggo su un libro.
Pisa Book Festival: io c'ero!

C'ero ed è stato bello. Questo festival dell'editoria indipendente ed il largo consenso che ha riscosso fanno onore a Pisa e ai pisani.
Per quanto possa contare, ringrazio tutti coloro che lo hanno reso possibile. E tutti quelli che c'erano, a dare il proprio supporto a me e ad un settore certo non facile, ma - la piccola editoria italiana ce lo dimostra - praticabile. Con qualità, propositività e non lasciandosi fagocitare dai grandi squali.
Certo, a spese, a volte, di dover nuotare in stagni più piccoli e meno affollati. Ma, chiediamocelo: è obbligatorio essere pesci grossi? O si può scegliere di presidiare i piccoli laghi invece degli oceani?
Oppure, si tratta invece di calibrare le proprie bracciate e aspettare di diventare abbastanza forti da competere coi pescecani?
Beh, io personalmente, propendo per questa via. E - sarà l'orgoglio - ma anche quando nuoto negli stagni preferisco pensare che non sia quella la mia specialità. Che sia piuttosto un allenamento. Del resto è per questo che sono fuggita dalla provincia. Per mettermi alla prova. Perché era fin troppo facile "salire sul campanile del paese".
Ma rispetto moltissimo chi segue la prima strada. Chi si sceglie un habitat più limitato e lavora con impegno e passione per riuscire nel proprio territorio, per quanto piccolo sia. Mica devono essere tutti megalomani come me.
Un raduno di pensieri.
E poi, a bordo del mio Porsche per un giorno, ho capito la totale infondatezza di ogni mia domanda. Perché io non avrò mai un Lamborghini. A meno di non vincerlo ad una pesca di beneficienza. O a meno che qualcuno non me lo regali. Errore supremo massimo. Voglio fare un appello pubblico: che nessuno mi regali mai un Lamborghini giallo o di qualsiasi altra nuance. Andrebbe in pappa nel giro di due settimane. Vuoi che io non scuota almeno una volta la cenere per terra, che non parcheggi sotto il sedile il cartone della pizza, che non metta i piedi sul cruscotto? Impedirmelo sarebbe come amputarmi.
Dunque preferisco lasciare tutti i miei dubbi e il compito di tenere in vita questi capolavori a chi ne ha la pazienza, la passione e, diciamolo pure, i soldi. Che poi, dico io, sinceramente, pensa che succede quando hai l'impellenza di passare al corpo al corpo su un gioiellino del genere, che invece hai il dovere di tenere assolutamente immacolato per te e per i posteri. Troppo frustrante.
Esibizionismo schifo e esibizionismo schivo.
Mi sono ricordata tutta la ritrosia con la quale, ormai quasi sei mesi fa, ne ho aperto uno io stessa. E mi sono chiesta non solo come io abbia fatto a superarla, ma soprattutto come abbia fatto così tanta e tanta e tanta gente. Per molti di loro si trattava forse di accantonare un riserbo di proporzioni decisamente inferiori al mio. Per altri con la sindrome del tronista era solo l’occasione che aspettavano per mettere in mostra il proprio ego.
Restano comunque i numeri. Che sono grossi. E inimmaginabili, a mio avviso.
Eppure di detrattori della blogosfera ce ne sono ancora. Come quel mio vecchio amico che, per riportarmi coi piedi per terra, mi ha accusato di “esibizionismo schivo”.
È vero. Forse sono un’esibizionista schiva. Ma io ho un alibi. Ed è questo: io voglio fare la scrittrice. Voglio esprimermi. E voglio farlo su un blog o su un sito, e ringraziare chi si è inventato ‘sta gran cosa, perché mi ha dato la possibilità di avere un confine preciso, netto, tra ciò che resta nella mia testa e nel mio cassetto. E ciò che voglio che sia pubblico. Tra tutte le parole che voglio tenermi dentro. E tutte quelle che hanno preso forma e meritato di essere date in pasto a tutti. Almeno a tutti coloro che vogliono cibarsene.
Senza quest’alibi – o meglio, questa motivazione – non mi sarei mai messa in vetrina.
E adesso, in attesa di aver pronta qualche altra succulenta pietanza letteraria, me ne vado. Torno nella mia grotta da eremita.
A proposito: oggi escono le mie “Storie della Natura” per la casa editrice Campanila. Target: bimbi 8-12 anni circa; una lettura gradevole, secondo me, anche per gli adulti almeno un po’ bambini. Acquistabile anche online. Adesso sì, posso dirlo. Buon appetito a tutti.