Pensieri, parole, opere e omissioni di una scrittrice in erba,
una copywriter freelance in tempo di crisi, una spiantata trapiantata a Lecco.
Amo la vitua.
La vitua è meglio della vacanza. Molto meglio. Perché la vacanza è negativa, è pur sempre un lavoro. Sia che tu viaggi, sia che tu stia a casa, la vacanza è una sbatta. Richiede impegno, un sacco di impegno, per riuscire a far tutto in quel fottuto agognato weekend. O quei 14 striminziti giorni d'agosto.
Da quando sono in vitua non ci sono, non esisto, nessuno mi calcola. Nessuno mi affibbia un lavoro, nessuno mi mette nell'elenco degli invitati. Non mi sveglio presto, non esco per l'aperitivo. Non devo cercare gli amici, guardo l'e-mail per poi richiuderla. Non vado in palestra, non salgo e scendo dai treni, non preparo e disfaccio valigie, non penso alla lista della spesa o a cosa mettermi o al giorno dopo, non so manco che giorno è.
Sono come morta, ma sono viva più di prima.
È la vitua: il tempo mi ha messo in aspettativa. Devo solo ricordarmi di prendere la medicina, e in cambio posso vedere la luce del sole, guardare dalla finestra per strada quelli che non fanno nulla come me, se esco per andare dal dottore posso buttar l'occhio su una vetrina.
È una pacchia esser malati. Malati non come i vecchietti che incontro al centro analisi o in radiologia; malati come me, cioè poco*. E quel poco che c'ho non si sa cos'è. Così non devo neppure stare a preoccuparmi.
Passerà anche quel poco, purtroppo, finiranno questi 10 insperati giorni di sospensione spazio-temporale, ma pazienza. Oggi è ancora tutto in stand-by. E tutti sono immobilizzati, in stop motion tipo Matrix. Io guardo soltanto, senza intervenire. E senza far niente. Dolce far niente che si fa soltanto in vitua.
Potessi essere sempre come Irene Grandi. In vacanza dalla vita. O almeno, in vacanza da una vita. Potesse la vita esser la vitua. Sarebbe tutto risolto. Ma alla mia vita manca una U, e le avanza il lavoro. E siccome chi non lavora non va in mutua, e, soprattutto, non fa all'amore, sono costretta a guarire. E a tornare al mio banchino, alle liste della spesa e agli aperitivi dei sani.
Che posso farci? Quando c'è la salute c'è tutto, dicono. Dicono.
*trattavasi di una bella infezione. Mica tanto poco...
Sono tornata a casa.
Sono tornata a casa, ma non c’era più.
Ora c’è un cimitero.
Senza cadaveri, di sole lapidi.
Con sopra foto, pelouches e candele.
Ci sono anche libri, ci sono mobili. Ci sono dizionari e ninnoli.
E poi fumetti, certificati, dischi. Tutto uguale a com’era prima.
Di più c’è un tavolo, dei quadri, delle bambole, un televisore che nessuno vedeva.
Manca qualcosa? Mancavo solo io, la defunta.
Assente. Renitente. Fuggiasca. Prigioniera.
Sono tornata a casa, ma ora non c’è più.
C’è un albergo, pensione completa.
Con tanto di biancheria pulita, sveglia mattutina.
Mi dan perfino le pantofole, il pigiama. E la valigia per andare via.
Sono tornata a casa, ma la casa non c’è.
Ora c’è un ripostiglio.
Parcheggio di quadri reietti, avanzi di ricordi, e geroglifici. Che nessuno sa capire.
E anche adesso che ci sono io, che li ho scritti, non riesco a starli a sentire.
Le ragnatele sono invisibili, eppure mi pare di vederle.
E di sentire odore di rancido, di muffa. Di biblioteca.
È rimasta a aspettarmi solo la carta di una caramella,
ma con tutti quelli che ci han messo mano, a questa casa,
è solo un’altra impronta su una teca.
Una collezione di cicatrici è questa casa che è un museo.
Perché non vive, espone, è di tutti e non è mia.
Ma chi c’è stato qua? A chi ti sei data?
Fottuta casa traditrice. Che mischi i miei brandelli di vita con gli ammennicoli di altre vite.
E dove hai messo le luci? Al buio non le trovo.
Dove si scende dal letto? Una volta vedevo tastoni.
Cosa ci faccio qua? A ricordare?
A sentirmi estranea, ospite, aliena.
Tumulata nella mia cappella di famiglia, dove ogni cosa urla la sua storia.
Mi assordano le voci, i gemiti, le lacrime.
Non riesco neanche a morire.
Eppure il letto lo riconosco.
Ma oggi è irto di spine.
Vorrei portar via tutto, vorrei dar fuoco a questo freddo mausoleo.
Ma non mi azzardo, rubo solo un souvenir.
Bisogna aver rispetto per i morti.
Perché la morta sono io.
Positiva ai documentari.
Ieri me ne sono spupazzata un altro.
La registrazione di una puntata di "Eventi 21", trasmissione andata in onda il 29 dicembre scorso sulla TV svizzera di lingua italiana TSI.
Lo spettacolo-inchiesta incastonava momenti di teatro di Christian Biasco in un tessuto di interventi in studio, contributi filmati e interviste tratti da un documentario straniero, pluri-premiato, realizzato da Peter Chappel e Catherine Peix. Tema: le origini dell'AIDS. E una teoria sconcertante: il virus dell'HIV potrebbe essere nato in laboratorio in Africa e inoculato somministrando il vaccino antipolio.
Sembra una coincidenza, ma i primi casi ufficiali di AIDS si registrano in quegli anni, in quelle zone. E, sembra una coincidenza, ma i vaccini di Koprowski sono stati prodotti utilizzando reni di scimpanzé, naturalmente infetti da un virus dell'immunodeficienza delle scimmie (SIV). Che è, guarda caso, progenitore dell'HIV.
Ma può essere tutto una fatalità, una combinazione?
Già Tom Curtis nel 1992 si fece fautore della tesi su Rolling Stone, con un articolo dal titolo “L’origine dell’AIDS” (testo in inglese).
Qualche anno dopo, nel 1999, alla staffetta subentra Edward Hooper e il suo “The River”: una lunga e dettagliata ricerca, frutto di anni di viaggi, interviste, studi, sulle tracce dell'AIDS e delle sue ancora misteriose cause.
Misteriose, sì, perché ancora oggi, nel 2007, non è stata pronunciata una parola definitiva in merito. E la comunità scientifica, di fronte ad invasioni di campo di giornalisti come Curtis o Hooper, ha sempre e solo serrato le fila, attaccando gli oppositori a colpi di querele per diffamazione e episodi di ostruzionismo.
Brutto dirlo, ma la Verità probabilmente non si saprà mai.
E dunque, quale consolazione, io preferisco saperne molte. Anche quando sono sconvolgenti, tragiche, e così gravide di conseguenze come questa.
Bruce Love.
Io adoro quest'uomo chiamato Bruce Lee.
L'ho scoperto dopo aver visto il documentario "Bruce Lee. La leggenda".
A 27 anni quasi scoccati.
Ma voglio sperare che non sia troppo tardi per imparare l'arte del "Using no way as way having no limitation as limitation" (=usare il non metodo come metodo avendo l'assenza di limiti come limite).
Teoria affascinante, proverò a metterla in pratica. E a studiare le parole e le opere di questo sant'uomo d'Oriente, che ha elargito saggezza a profusione attraverso film e combattimento, più di quanto molti equivalenti odierni (vogliamo parlare del wrestling?) sappiano fare.
Aggiornamenti a presto.
Torno in incubazione.
Rispondendo con Bruce, a chi mi volesse già diagnosticare una stipsi creativa, che solo "Le teste vuote hanno le lingue lunghe".
Aperta al Traffic.
Viva Traffic e viva la musica gratuita per tutti.
Ebbene sì, ieri sera ero tra i sessantamila spettatori dei Daft Punk.
Ed ebbene sì, ultimamente la mia vita sociale ha subito un'impennata, parallela alla fioritura estiva di Torino: concerto di Vasco, festa della 500, e adesso il Traffic. Sembra una terapia d'urto contro la mia demofobia. E in effetti magari lo è.
Fatto sta che ieri sera la folla non mi ha fatto il benché minimo effetto, se non la gioia di vedere sessantamila teste mobili e centoventimila braccia che si alzavano e si abbassavano all'unisono sulla musica degli "stupidi straccioni".
Mi sono divertita un sacco. Di fronte al palco con gli occhi di fuori, poi ballando ad occhi chiusi. Battendo le mani, fino a non reggermi in piedi. Saltando nel buio, immobilizzata dalla luce.
Un altro concerto che del concerto ha poco. Ha più dell'ibrido tra djing e installazione, arte del mixaggio e videoarte.
Una piramide fosforescente, coreografie luminose, fari e scintille, e in mezzo due robot da far urlare ad un "2007 - Odissea nello Spazio": il duo francese dei Daft Punk, che mi ha rubato tre ore di sonno, ma me ne ha regalate altrettante di ballo e sballo, di trance e di dance.
Ne è valsa la pena. E, a differenza dell'anno scorso, non sono nemmeno svenuta. Qualcosa vorrà dire.
