La Fiera della fiera.





Martedì 24 sarò a Bologna per la Fiera del Libro per Ragazzi. Ai visitatori della Book Fair raccomando di visitare lo stand della mia casa editrice, Campanila: padiglione 26, stand A/36. Ai danarosi editori stranieri, raccomando di venirmi a cercare.

Io tattoo e tu?

Tatuaggi. Trovo che siano un argomento di conversazione spinosissimo. Quelli che non li hanno ne parlano sempre con una fastidiosa intransigenza.
Ah no, io non lo farei mai.
È così… irreversibile.
E se poi cambi idea?
Tanto poi da vecchio te ne penti.
Ma tu li hai mai visti in spiaggia quei vecchi coi tatuaggi? Che schifo!

Come se l’assenza di marchi rendesse i vecchi di bell’aspetto, ai loro occhi.
Figuriamoci. A certe persone fa schifo tutto. Eccetto loro stessi. Anzi, loro stessi compresi.
























Quelli che hanno scelto di tatuarsi DI NORMA sono altrettanto beceri.
Tribale o un disegno, sulla caviglia o sulla spalla, una rosa o un’ideogramma giapponese: sembra che farsi un tatuaggio sia alla stregua di decidere cosa vedere in tivù o cosa preparare per cena. Alla stregua di un’idiozia.

Dei tatuaggi, dico io, non bisognerebbe parlare.
Anzitutto, per potersi godere a pieno gli sproloqui dei tuoi interlocutori, evitando che le loro opinioni siano viziate dalle tue, o dalla tua condotta.

Scopriremmo una punta d’invidia repressa negli oppositori, che sotto sotto rimpiangono di non averne il coraggio. E un sotterraneo pentimento in quelli che parlano parlano di quella farfallina sul polso che non ha senso per nessuno, e nemmanco per loro. Che non ha un senso neanche estetico! e che da vecchi, in spiaggia, si vergogneranno di esibire.

Ecco, se si evitasse di parlarne sarebbe meglio. I tatuaggi tornerebbero ad essere un fatto privato, quale sono, e scomparirebbe quella componente di esibizionismo che si ravvisa spesso – CON LE DEBITE ECCEZIONI – nel farli, nel non farli, ma soprattutto nel parlarne.

Dunque scusate se ho tirato fuori l’argomento. Prometto.
Non lo faccio più.

Smascheriamoletuttedunpezzo.

Non dovrebbero esistere, ma esistono.
Si contano sulla punta delle dita, per fortuna, ma prima o poi vi capiterà di imbattervi in un esemplare, che scambierete dapprima per una perla rara, poi per una meno rara, ma vera merda.

Lasciate che vi prepari all’evenienza.
Vi parlerò di una speciale razza di donne. Una strana devianza nell’evoluzione del genere femminile, una stirpe di mutanti quanto immutevoli esseri: le donne tuttedunpezzo.

Io le odio. Ne conosco almeno due. E mi sembrano tantissime.
Sanno tutto loro. Tutto. E quando non lo sanno, comunque non poteva saperlo nessun altro.

Noi semplici umani viviamo gli anni dell’incertezza e del dubbio, del lavoro precario o inesistente, dei single e delle famiglie divise, o allargate, o sparpagliate. Loro, le donne tuttedunpezzo, no. Loro sono integerrime. Granitiche. Non conoscono dubbi o incertezze, ripensamenti o cambi di opinione, non dicono mai “credo che”. Ma sempre “sono sicura”. Non dicono mai “forse”, ma solo “è così”. La loro è l’ultima parola.


Le donne tuttedunpezzo sono un anacronismo vivente. Un baluardo di cocciutaggine contro le scosse sismiche costanti che insidiano la società del 2007. In sintesi, il loro credo:
- Tutti attorno a me sbagliano. Io sono nel giusto.
- Le mie idee, i miei pareri, le mie posizioni sono quelle corrette. Gli altri non capiscono niente.

Per noi – gli altri – un’unica possibilità di salvezza: fare esattamente quello che fanno loro. Peccato che in questo modo commetteremmo un altro errore: imitarle. Le donne tuttedunpezzo direbbero, infatti, che le abbiamo copiate. E si sa che loro sono inimitabili. Uniche ed inarrivabili. Sono le valchirie del XX secolo.

Come riconoscerle? Dall’incidenza della parola “io” nelle loro frasi, nettamente sopra la media. Dall’inclinazione dello sguardo: 45°, dall’alto in basso. Dalla sensazione di disagio che pervade ogni conversazione con loro. Conversazioni di tutti i tipi: il minestrone? Si fa così, come lo faccio io. La casa? Si arreda come l’ho arredata io. I vestiti? Io ho buon gusto, voi ci provate soltanto. E non c’è verso di patteggiare con un democratico “i gusti son gusti”, “ognuno ha le sue opinioni” ecc. ecc. C’è solo “io, io, io e ancora io”. Fino alla fine del discorso, fino a che tu, povero spettatore del loro show, non sei costretto a capitolare. Accettando di essere, irrimediabilmente ed inevitabilmente, un individuo di seconda classe.

Come ci godo però. Quando vedo la scintilla della miseria umana nei loro occhi. Perché c’è un momento in cui la vedo. In cui scorgo nel loro sguardo un’ammissione di colpa: “Azz. C’hai ragione tu. Me la sto tirando come se ce l’avessi d'oro, ma è tutta una scena.” E quel momento è pura libidine.

Vi do un consiglio, allora, se permettete. Prendetele in castagna, le donne tuttedunpezzo, mettetele all’angolo, senza paura. Insistete, che quella data cosa non vi risulta, che non è vero, che il minestrone non “si fa così”, ma cosà; sbattete loro sul muso le enciclopedie e i libri, mettetele davanti al fatto compiuto. Non confesseranno mai di essere in torto, ma sul loro volto avverrà una lieve mutazione: un sopracciglio alzato, convulsamente; un lieve tic all’angolo della bocca; una linguetta che spunta, a bagnare le labbra bugiarde e inaridite. Si riveleranno per quello che sono: attrici. Perché loro sanno di essere delle coglione. E passano la vita a mascherarlo.

Smascheriamole. Smascheriamole tutte. Non otterremmo niente, forse, ma ci prenderemmo una rivalsa. Una vendetta piccola piccola, che non toglie la frustrazione, ma concede un po’ di respiro. Un buco in più nella stretta cintura della sicurezza di sé. Prendiamoci noi – per un momento, un solo momento, quanto dura uno sguardo - il diritto di fare le inquistrici delle donne tuttedunpezzo. Prendiamocelo noi, donne inmillepezzi.

Appello

“Signori della corte, signori giurati.
Son io a prender la parola.
E a farne supplica: voglio esser condannata!
Non a una pena. A una tortura.
L’invento io, sola,
io sola so
quale sarebbe la più dura.
Vi pare sia una scusa? Forse.
A me pare una preghiera:

tenetemi un’ora intera
ad ascoltare mia madre.
Mostratemi il broncio di mia sorella,
e le ciglia aggrottate di mio padre.
Lasciate che mi innervosiscano le amiche,
e che io pianga nel mio letto,
dove qualcuno almeno può sentirmi,
e sapermi diversa.
Toglietemi la penna per sfogarsi
e infine
toglietemi anche la parola,
perché là fuori, coi miei carcerieri,
non avrò più
bisogno di parlare."

Paris e le BR. Ovvero, non vorrei dirvelo ma: siamo perduti.

Ieri sera - ore 22 circa - ho acceso la tivù.
"Che frigata, su Rai Tre c'è Blu notte," ho gioito da perfetta intellettualoide. "Puntata sulla Storia delle Brigate Rosse!"
Ho guardato avidamente per 10 minuti.
Finché Rai Tre non ha chiamato il time out per la pubblicità.
Al che io, che la pubblicità la faccio ma non sempre la guardo, sguaino il telecomando e ci do di zapping.

Davanti a me, il migliore campionario della tivù italiana: Grande Fratello, Bud Spencer e Terence Hill, una serie americana tutta effetti speciali, un film tivù italiano a base di lacrime e buoni sentimenti. E poi, su Mtv... "The Fabolous Life of Paris Hilton".

Ossia, la favolosa vita di Paris Hilton. Una vita fatta di: un vestito firmato al giorno, rigorosamente gratis; un frocissimo insegnante di portamento, per esibire ai paparazzi esclusivamente il lato migliore; un codazzo di amiche a pagamento; un'ossessione per il rosa e per gli Swarowski; e poi feste, discoteche, e un'esposizione costante a tutti i mezzi di comunicazione, 24 ore al giorno. Paris è un animale del circo dello spettacolo. L'archetipo per tutti gli aspiranti al ruolo di tronisti, concorrenti di reality, Amici di Maria, della Vecchia Fattoria ia ia o.

È trascorso un quarto d'ora prima che mi rendessi conto di essere stata fagocitata dalla tivù spazzatura. "Ma io stavo guardando il programma sulle Brigate Rosse! Cosa ci faccio qua a fare le pulci ad un personaggio mediatico, che probabilmente ha meno vita interiore di una statua del Museo delle Cere? Che tra l'altro mi sta pure sulle palle e che offende tutti quelli che si guadagnano la vita onestamente?"
D'istinto ho cambiato canale, rossa di vergogna. Ero caduta vittima della sindrome tgcom.

Macchina infernale questa televisione. Come infernale è tutto il sistema che le sta dietro. Come infernali sono i nostri cervelli. Io, per sicurezza, la tivù l'ho spenta. La storia delle Brigate Rosse? Me la leggo su un libro.

Ai confini della mia realtà.

Io non guardo Beautiful. Non guardo O.C. Non guardo Nip/Tuck, Will&Grace o Dharma&Greg. Io non guardo Lost. Non guardo E.R., non guardo Dr. House e non guardo nemmeno Scrubs. Guardavo un po' Desperate Housewives, C.S.I. e Sex&theCity, ma ora non li guardo più. Come non guardo più perfino La Signora in Giallo.

Io guardo Ai confini della Realtà. The Twilight Zone. Una serie che è andata in onda per la prima volta nel 1959. Anticipando tutto quello che le sue eredi potessero fare, dare, o dire.