Sì Vasco, io ci casco.

Dicevo: “L’andrei a vedere solo se fosse gratis”.
Era gratis, e sono stata di parola: sono andata al concerto di Vasco, ieri sera al Delle Alpi.
Mi hanno regalato due biglietti, e siam partiti, io e il papi. Già quello un evento. L’altro, il concerto? Piacevole, bello, dai. Una festa.


75.000 persone che più che assistere allo spettacolo di Vasco, assistono al proprio. Vanno a vedere loro stessi che vedono Vasco. Strana tautologia, spirale virtuosa e viziosa insieme. Un capovolgimento tra soggetti e oggetti della proposizione: Vasco allo show dei propri supporter. Per lui.
Almeno, così mi è parso.
Forse perché eravamo tanto lontani che Vasco, sulla mia retina, non era più grande di una formichina. Forse perché l’immagine sul megaschermo faceva strani scherzi, e il labiale andava in tilt con l’audio, come nei film giapponesi doppiati male. O forse perché i fan di Vasco urlavano davvero forte e duro, più del loro idolo. Fatto sta che sui miei sensi hanno lasciato traccia più i 75.000 dell’1: del resto, era una lotta impari.


Il palco era meraviglioso. Una grande struttura di tubi, lastre metalliche e schermi sui quali si proiettavano luci e immagini, ad accompagnare la musica. Il mix aveva qualcosa di psichedelico.


Insomma - PER ME - lo show ha avuto il sapore della celebrazione, più che del concerto: si festeggiava l’amore per Vasco del suo popolo. In teoria, il festeggiato poteva esserci come non esserci.
Io c’ero.
Finalmente posso dirlo anch’io, DD.



Ch’io sia per te vetro
e specchio.



















(N.d.A.: Perché bastano otto parole a fare una poesia.)

Audio o libro? Tutti e due.

Ho aggiunto nella mia colonnina "Prefe" a destra una nuova voce: "L'ultimo audiolibro".
Mi sono scoperta una divoratrice di audiolibri.
Li ascolto mentre cucino, mentre stendo i panni, stiro, faccio ginnastica.
Per una piccola casalinga solitaria avulsa dalla TV e dalla società come me sono l'ideale.
Eccovi un link legale.
A voi la ricerca di fonti illecite alternative.

Fiera de che?

Sono stata alla Fiera del Libro di Torino ieri sera. Lunedì, ore 8, a due ore dalla chiusura. Come si spiega allora che ho sborsato 8 euro, prezzo pieno? Forse perché ho potuto assistere allo smantellamento di buona parte degli stand.
Volete mettere lo spettacolo?

Ok, lo ammetto, dovrei commentare qualcosa sul mondo dell'editoria italiana, sulla quantità e qualità dei titoli proposti, sui 300.000 visitatori che hanno affollato la Fiera quest'anno e che forse magari un libro nel 2007 se lo leggeranno ma chi può dirlo... invece mi imbatto subito nella venalità e a questo punto la cavalco:
possibile che si debba pagare, per andare - alla fine della fiera, come si suol dire - in libreria?
Possibile che si debbano mettere soldi per vedersi pubblicare un libro?
O per partecipare a un concorso letterario?
Di cosa si tratta, di una sorta di autofinanziamento? Per un mondo altrimenti non autosufficiente?

Allargo le maglie del discorso e delle domande: possibile che i gruppi musicali, anche giovani, anche indipendenti, ai concerti vendano più magliette che cd? Possibile che la cultura debba la sua sussistenza a tutto ciò che dovrebbe essere di contorno, e non a libri, cd, dvd, ossia alle portate principali?

Ovvietà, forse. Ma io ci rimango male lo stesso. Con 8 euro sapete quante magliette e spillette potevo comprarmi?

È nata una Scheggia.




Ho finito di scrivere Scheggia, il mio secondo libro e primo romanzo, seppure per ragazzi.

"Scheggia" è la mia creatura.
Per certi versi un perfetto Bildungsroman, ma con qualcosa in più: una mistura strana tra finzione surreale e verità, dal sapore
molto "ai confini della realtà" (chissà chi l'avrà capito 'sto sproloquio da critica letteraria).

Partorisco a ottobre 2007 (sempre edizione Campanila, disegni di Daria Palotti). Ma qui trovate un'anticipazione. Un'ecografia, in regalo per tutti voi.

Reduce da un weekend letterario...

...non posso far altro che essere entusiasta. La Fiera di Bologna è stupenda e il mondo dell'editoria per ragazzi stimolante, vasto e mooolto ricco.
Quasi quasi mi ci ficco.
I miei stand preferiti? Quelli francesi.

Lunedì sono stata alla mia scuola elementare a Cascina (Pisa), in qualità di autrice per bambini. Neanche nelle mie più rosee previsioni avrei potuto immaginare un successo simile: i bimbi erano interessati, attenti e bellissimissimi!

E adesso si torna al lavoro. Dena smette i panni della scrittrice e indossa quelli della pubblicitaria. Anzi, quasi quasi i panni della pubblicitaria me li metto sopra. Così al momento opportuno, trac. Come Superman, mi strappo i vestiti di dosso. E mostro a tutti la mia vera natura.

La Fiera della fiera.





Martedì 24 sarò a Bologna per la Fiera del Libro per Ragazzi. Ai visitatori della Book Fair raccomando di visitare lo stand della mia casa editrice, Campanila: padiglione 26, stand A/36. Ai danarosi editori stranieri, raccomando di venirmi a cercare.

Io tattoo e tu?

Tatuaggi. Trovo che siano un argomento di conversazione spinosissimo. Quelli che non li hanno ne parlano sempre con una fastidiosa intransigenza.
Ah no, io non lo farei mai.
È così… irreversibile.
E se poi cambi idea?
Tanto poi da vecchio te ne penti.
Ma tu li hai mai visti in spiaggia quei vecchi coi tatuaggi? Che schifo!

Come se l’assenza di marchi rendesse i vecchi di bell’aspetto, ai loro occhi.
Figuriamoci. A certe persone fa schifo tutto. Eccetto loro stessi. Anzi, loro stessi compresi.
























Quelli che hanno scelto di tatuarsi DI NORMA sono altrettanto beceri.
Tribale o un disegno, sulla caviglia o sulla spalla, una rosa o un’ideogramma giapponese: sembra che farsi un tatuaggio sia alla stregua di decidere cosa vedere in tivù o cosa preparare per cena. Alla stregua di un’idiozia.

Dei tatuaggi, dico io, non bisognerebbe parlare.
Anzitutto, per potersi godere a pieno gli sproloqui dei tuoi interlocutori, evitando che le loro opinioni siano viziate dalle tue, o dalla tua condotta.

Scopriremmo una punta d’invidia repressa negli oppositori, che sotto sotto rimpiangono di non averne il coraggio. E un sotterraneo pentimento in quelli che parlano parlano di quella farfallina sul polso che non ha senso per nessuno, e nemmanco per loro. Che non ha un senso neanche estetico! e che da vecchi, in spiaggia, si vergogneranno di esibire.

Ecco, se si evitasse di parlarne sarebbe meglio. I tatuaggi tornerebbero ad essere un fatto privato, quale sono, e scomparirebbe quella componente di esibizionismo che si ravvisa spesso – CON LE DEBITE ECCEZIONI – nel farli, nel non farli, ma soprattutto nel parlarne.

Dunque scusate se ho tirato fuori l’argomento. Prometto.
Non lo faccio più.