E pensare che all'appello ci sei tu prima di me, e pensare che oggi non rispondi più
che vuol dire? Che c'è un buco, alla lettera D?
Che vuol dire che potrei essere io.
Oggi sei assente, dopodomani anche.
Hai il certificato medico? Ma è falso. Chi è la bestia che l'ha fatto?
Non puoi mancare da scuola, noi non possiamo,
non riusciamo
a cancellarti dal registro.
Devi prendere il diploma, devi fare il portiere, devi sposarti e avere un figlio.
E poi vederlo crescere, cristo, non puoi restare
tutta la vita nel condominio dei morti.
Terzo piano, scala uno, vista cimitero.
È troppo stretto per te, è troppo stretto, a 29 anni.
Tra le cose che non tornano, oggi ci sei anche tu.
Che non rispondi più, neanche al mio appello.
Ti chiamo per cognome, che ora D'Angelo davvero sei,
non mi ricordi, è passato troppo tempo.
Adesso?
Adesso avanti il prossimo.
A chi tocca?
In ordine alfabetico, ci sono io.
Io mi giustifico,
anzi mi segni proprio assente,
io sono insufficiente,
non sono pronta
a spiegar quello che è successo.
E pensare che a me importava solo
sapere che eri lì, seduto al tuo posto.
Pensieri, parole, opere e omissioni di una scrittrice in erba,
una copywriter freelance in tempo di crisi, una spiantata trapiantata a Lecco.
Manco da un po', lo so. Manco anche a me stessa.
Lascerò parlare questa foto, forse l'ultima scattata a Torino. Una specie di addio, o un avvertimento. Non so.
In questi mesi avrei voluto scriverlo davvero un addio. Un addio monti, ma al contrario. Tipo un heilà monti, visto che, a differenza della Lucia del Manzoni, io Lecco non la lascio, ma semmai la abbraccio. E con tutta me stessa.
Ma non era proprio quello che avevo in mente. Poi non sarebbe stato sufficiente, per Torino.
E del resto, forse, certe cose non si spiegano. Si fanno e basta. E il fatto, così come la nuda fotografia, come la scritta su un muro, è esposto alla libera interpretazione.
Lavora, consuma, muori. Come fosse una catena conseguenziale. Un sillogismo aristotelico.
E se non lavoro più, non consumo più, e non muoio più? Mm, non sempre le inversioni logiche funzionano. E di lavorare non sono riuscita ancora a fare a meno. Solo di uno stipendio. Ma ci lavorerò su.
Passo e chiudo.
Lascerò parlare questa foto, forse l'ultima scattata a Torino. Una specie di addio, o un avvertimento. Non so.
In questi mesi avrei voluto scriverlo davvero un addio. Un addio monti, ma al contrario. Tipo un heilà monti, visto che, a differenza della Lucia del Manzoni, io Lecco non la lascio, ma semmai la abbraccio. E con tutta me stessa.
Ma non era proprio quello che avevo in mente. Poi non sarebbe stato sufficiente, per Torino.
E del resto, forse, certe cose non si spiegano. Si fanno e basta. E il fatto, così come la nuda fotografia, come la scritta su un muro, è esposto alla libera interpretazione.
Lavora, consuma, muori. Come fosse una catena conseguenziale. Un sillogismo aristotelico.
E se non lavoro più, non consumo più, e non muoio più? Mm, non sempre le inversioni logiche funzionano. E di lavorare non sono riuscita ancora a fare a meno. Solo di uno stipendio. Ma ci lavorerò su.
Passo e chiudo.
Caro Presidente,
io pago le tasse. Mio padre paga le tasse. Il mio fidanzato paga le tasse.
E se un povero cristo come noi fa un infinitesimale sgarro ci confiscano anche la biancheria intima.
Come si fa a benedire un condono?
Nessun condono può essere giusto, a nessuna condizione. E le "gabole" non diventano buone azioni, anche con la scusa che sono a fin di bene.
Così non si fa altro che dare il benestare alla disonestà, alla propensione all'imbroglio e a quel mancato rispetto delle regole contro cui in Italia ci si batte, da decenni. E che gli italiani hanno, ed evidentemente sempre avranno, nel sangue.

io pago le tasse. Mio padre paga le tasse. Il mio fidanzato paga le tasse.
E se un povero cristo come noi fa un infinitesimale sgarro ci confiscano anche la biancheria intima.
Come si fa a benedire un condono?
Nessun condono può essere giusto, a nessuna condizione. E le "gabole" non diventano buone azioni, anche con la scusa che sono a fin di bene.
Così non si fa altro che dare il benestare alla disonestà, alla propensione all'imbroglio e a quel mancato rispetto delle regole contro cui in Italia ci si batte, da decenni. E che gli italiani hanno, ed evidentemente sempre avranno, nel sangue.

Paolo Giordano vs. Michel Houellebecq
Attenzione: di seguito vengono svelate, in parte o del tutto, le trame delle opere.

Se avete trovato difficile da ingoiare "La solitudine dei numeri primi", non provateci nemmeno a buttar giù "Le particelle elementari". Per Giordano la vita è un boccone amaro? Per Houellebecq per di più è velenoso.
E se avete notato già dal titolo un'affinità tra i due libri, non sfibratevi con la dietrologia. Ve lo dico io, la parentela è stretta.
Per dirla con la fisica, gli atomi sono isotopi.
Per dirla con la matematica, i due insiemi sono intersecanti. Molto intersecanti.
Giordano non risponde alle accuse di plagio, che eppure circolano copiose nella rete. Dichiara solo di aver interrotto la lettura de "Le particelle elementari", uscito in Italia otto anni prima del suo romanzo, per evitare di esserne troppo influenzato mentre scriveva. Io temo l'abbia interrotta un po' troppo tardi.
Non voglio entrare nella sfera delle intenzioni del giovane autore. Quelle le sanno solo lui e il Padreterno. Io mi limito a constatare che ho letto Giordano; mesi dopo ho letto Houellebecq, che era parcheggiato sul mio comodino da quasi un anno; e ci sono rimasta di mxxda. Mi è sembrato subito tanto simile ai "numeri primi". Non uguale, per carità. Houellebecq è un numero più grosso. Più primo, io direi.
È più dotto, più nozionistico dell'italiano, ma anche più universale, più complesso. Il libro di Houellebecq è un librone, con un finale che, quello sì, ho molto gradito. A tre righe dalle parole "The End" Houellebecq ti dice che quella storia straziante che ti ha raccontato fin adesso non era altro che il nucleo di una matrioska più grande. Ti spiazza, ammantando tutto della luce di un immenso gioco cerebrale tra te e il narratore. Quelle cosine che a me piacciono, insomma.
Ecco, volendo giocare a "Trova le differenze" tra i due libri, la più macroscopica è questa: Giordano resta monocorde fino all'ultimo carattere tipografico.
In parole povere, fino a un certo punto i due libri si assomigliano. Ma la fine di Giordano è diversa da quella di Houellebecq. Forse semplicemente perché Giordano non è arrivato a leggerla la fine di Houellebecq. Già, lui si è interrotto prima.

Se avete trovato difficile da ingoiare "La solitudine dei numeri primi", non provateci nemmeno a buttar giù "Le particelle elementari". Per Giordano la vita è un boccone amaro? Per Houellebecq per di più è velenoso.
E se avete notato già dal titolo un'affinità tra i due libri, non sfibratevi con la dietrologia. Ve lo dico io, la parentela è stretta.
Per dirla con la fisica, gli atomi sono isotopi.
Per dirla con la matematica, i due insiemi sono intersecanti. Molto intersecanti.
Giordano non risponde alle accuse di plagio, che eppure circolano copiose nella rete. Dichiara solo di aver interrotto la lettura de "Le particelle elementari", uscito in Italia otto anni prima del suo romanzo, per evitare di esserne troppo influenzato mentre scriveva. Io temo l'abbia interrotta un po' troppo tardi.
Non voglio entrare nella sfera delle intenzioni del giovane autore. Quelle le sanno solo lui e il Padreterno. Io mi limito a constatare che ho letto Giordano; mesi dopo ho letto Houellebecq, che era parcheggiato sul mio comodino da quasi un anno; e ci sono rimasta di mxxda. Mi è sembrato subito tanto simile ai "numeri primi". Non uguale, per carità. Houellebecq è un numero più grosso. Più primo, io direi.
È più dotto, più nozionistico dell'italiano, ma anche più universale, più complesso. Il libro di Houellebecq è un librone, con un finale che, quello sì, ho molto gradito. A tre righe dalle parole "The End" Houellebecq ti dice che quella storia straziante che ti ha raccontato fin adesso non era altro che il nucleo di una matrioska più grande. Ti spiazza, ammantando tutto della luce di un immenso gioco cerebrale tra te e il narratore. Quelle cosine che a me piacciono, insomma.
Ecco, volendo giocare a "Trova le differenze" tra i due libri, la più macroscopica è questa: Giordano resta monocorde fino all'ultimo carattere tipografico.
In parole povere, fino a un certo punto i due libri si assomigliano. Ma la fine di Giordano è diversa da quella di Houellebecq. Forse semplicemente perché Giordano non è arrivato a leggerla la fine di Houellebecq. Già, lui si è interrotto prima.
Fieri del libro.
Cosa succede all’editoria libraria in tempo di crisi?
Succede che resta in piedi, con solo un lievissimo calo ponderale dello 0,6% nel 2008, secondo l’indagine NielsenBookScan.
Crescono nel 2008 i lettori in Italia e raggiungono il 44% della popolazione, in base ai dati Istat (era il 43,1% nel 2007).
Il mercato bambini e ragazzi addirittura cresce, del 10%. Yuppi.
(fonte: http://it.notizie.yahoo.com)
Succede che resta in piedi, con solo un lievissimo calo ponderale dello 0,6% nel 2008, secondo l’indagine NielsenBookScan.
Crescono nel 2008 i lettori in Italia e raggiungono il 44% della popolazione, in base ai dati Istat (era il 43,1% nel 2007).
Il mercato bambini e ragazzi addirittura cresce, del 10%. Yuppi.
(fonte: http://it.notizie.yahoo.com)
Confrontarsi con i precedenti è doveroso. E doloroso, perché ti può capitare di trovarti tra le mani qualcosa che ti suscita una quantità di ammirazione tale, da essere pari alla tua stizza. Perché, perché è arrivato prima lui? Non ti dai pace.
C'è questo romanzo per esempio. L'ho preso dalla libreria di mia sorella. Ho scorso le prime pagine. Una prosa scorrevole andante, con in corpo una birretta o poco più.
Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d'albergo, (...). Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell'albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce a andandomene a letto.
Un personaggio fuori, in bilico tra genio e follia. Un Holden con appena qualche anno in più. Chiudo il libro, prendo tra le due mani la copertina. "Chiedi alla polvere" di John Fante. Scritto nel 1939.
Ti odio John Fante, perché hai inventato Arturo Bandini. Ti odio e ti amo. Ma soprattutto la seconda.
Venerdì 3 aprile sarò alla fiera del libro di Cascina (Pi) presso l'ITC Antonio Pesenti per incontrare i lettori di Scheggia e Storie della Natura.Ore 9, Spazio incontri
Storie della Natura
Riservato all'Istituto comprensivo di Bientina
Ore 11, Biblioteca
Scheggia, assieme all'illustratrice Daria Palotti, mitica
Riservato agli Istituti comprensivi di Bientina e San Frediano
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